venerdì 29 maggio 2020

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio” scriveva il poeta Alfonso Gatto in uno dei suoi quaderni d’appunti degli anni compresi tra il 1964 e il 1971, recentemente ritrovati dai familiari e pubblicati da Nino Aragno Editore.
Un invito al gioco per assaporare la serietà delle cose della vita che mi sembra l’aforisma giusto per darvi il benvenuto in questo blog che nasce sotto una stella gattiana e riprende il nome di una rubrica che il poeta tenne tra il 1957 e il 1958 su La Fiera Letteraria.

Raccogliendo la sua felice intuizione di portare piccoli eventi quotidiani nella dimensione del piacere, userò questo spazio per condividere uno sguardo sul presente e aprire finestre su mondi sconosciuti o angoli nascosti di luoghi e persone. Senza mai dimenticare la lezione del maestro che per le sue Cronache del piacere (raccolte in un numero monografico della rivista Sinestesie curata da Epifanio Ajello) si abbandonava a flussi di pensieri, confidenze ardite, indignazioni urlate, parlotti irrequieti alimentando "quell'abitudine di considerare oltre il tempo della cronaca che brucia gli avvenimenti, un tempo più lungo, più paziente; quello della Storia".
Forse, come quelle di Alfonso Gatto, anche queste cronache saranno scritture sparpagliate. Tenteranno però di avere un filo conduttore: la sorpresa. Perché, come scrisse Anna Maria Ortese, “la cosa più sorprendente del mondo, via via che i decenni e poi i secoli trascorrono, rimane sempre, a ben pensarci, l’assenza di sorpresa…”.
Il piacere qui non sarà inteso come unica via possibile, né come obbligo, né come colpa, ma come modo per celebrare la straordinarietà di essere nati e di esistere. Animare questo blog, quindi, è un tentativo di dare corpo all’evanescenza del vivere e, come specificò Alfonso Gatto, “queste Cronache del piacere s’impuntano sull’impertinenza di lasciare almeno ai figli la tecnica della libertà”. 

mercoledì 27 maggio 2020

Quando Gatto celebrò il coraggio partigiano

Nel giugno del 1963 Alfonso Gatto riceve due lettere nel suo appartamento a Roma, in via delle Medaglie d’oro n.143. Una è firmata da un partigiano di Bologna, Paolo Betti, l’altra dallo scrittore e giornalista di origine ebraica Guido Lopez, figlio di Sabatino, drammaturgo e critico letterario. Entrambi scrivono per chiedere notizie de La ballata del 25 aprile ascoltata su Rai1 all’interno della rubrica Almanacco di scienza, storie e varia umanità che il poeta ha curato tra febbraio e agosto 1963. 
Il testo viene proposto nella puntata del 24 aprile con l’interpretazione dell’attore Giancarlo Sbragia e rimane impresso nella memoria dei telespettatori perché esprime, con versi corali, la speranza del popolo che riconquista la libertà, “quella grande primavera / che noi vedemmo uscendo sulla via / con la falcata sempre più leggera, /correndo senza peso alla parola / dell’uomo solo che non è più sola: / Italia, patria senza monumento, / vita che vive, spazio, luce, vento”.




Dopo quella messa in onda, però, la fiduciosa ballata in 78 endecasillabi con rime baciate, sparisce dalla circolazione e viene dimenticata a differenza degli altri poemetti di Alfonso Gatto trasmessi in Almanacco che Annalisa Gimmi nel 2012 raccoglie nel libro Ballate degli anni pubblicato da Effigie. E qui entra in scena il professor Massimo Castoldi che, trasferitosi da Milano a Pavia per lavoro, comincia a frequentare il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia nato nel 1980, dove sono custodite carte autografe, documenti e opere pittoriche di Gatto, cedute dalla seconda moglie del poeta, l’artista Graziana Pentich. Qui Castoldi, attratto dal Gatto partigiano e antifascista e dai suoi versi di impegno civile, frugando nei documenti si imbatte nelle lettere ricevute dal poeta salernitano nel 1963, si incuriosisce e si mette sulle tracce della ballata. 
“Ho trovato il testo in fogli dattiloscritti con qualche correzione a penna, si presume di Gatto, in quattro versioni – spiega Castoldi -. L’ultima reca la scritta ‘letta alla tv 1962/63’, indicata forse da Pentich nel momento dell’archiviazione e suggerisce di considerare quella come definitiva”.  
Il pensiero va subito all’altra poesia che Gatto ha dedicato nel 1946 alla Liberazione, 25 aprile, inserita nella raccolta Il capo sulla neve. Liriche della Resistenza (1947), ripubblicata nel 2012 dalla Fondazione Alfonso Gatto. In quei versi il tono è più cupo, pura espressione del suo “canto civile alto e fermo”, come ha scritto Andrea Camilleri, ancora troppo vicino a “l’oscura notte”. Quindici anni dopo, invece, il tono si distende, si può sorridere alla rinascita e vivere la libertà. 
“Gatto sapeva muoversi su tutti i registri – aggiunge Castoldi -, si vede che la ballata è pensata per la lettura orale televisiva e indirizzata al grande pubblico, ma lo rappresenta molto e ho trovato giusto riproporla. Gatto ha sempre sentito profondamente la ricorrenza del 25 aprile avendo contrastato la dittatura. Per lui ha avuto un significato personale e corale”. 
La ballata sarà pubblicata sulla Rivista di letteratura italiana e il 28 maggio riceverà il premio speciale InediTO RitrovaTO, dedicato a un'opera inedita di uno scrittore non vivente, alla 19’ edizione del Premio InediTO-Colline di Torino che quest’anno si svolge in streaming alle 18.30 dagli studi di Top-IX Consortium di Torino sulla pagina Facebook e sul sito del Premio. 

Il Mattino - 26/5/2020



lunedì 25 maggio 2020

Tahar Ben Jelloun, echi dal diario napoletano

Per accontentare i lettori che in queste settimane di isolamento non prediligono i romanzi lunghi e impegnativi, La Nave di Teseo ha lanciato la collana di ebook Gli Squali in cui pubblica solo racconti o romanzi brevi, veloci e incisivi. Tra i titoli della prima sfornata c’è Diario di un criminologo” di Tahar Ben Jelloun, racconto estrapolato dalla raccolta Dove lo Stato non c’è (Einaudi, 1991) in cui lo scrittore marocchino costruisce piccole storie ambientate al Sud Italia dopo un viaggio iniziato nella già amata Napoli e proseguito in Sicilia e in Calabria con l’amico Egi Volterrani, poliedrico architetto e artista torinese scomparso 3 anni fa. 




L’idea di questo “giro né turistico, né giornalistico” era nata all’allora direttore de Il Mattino, Pasquale Nonno, insieme con la redazione culturale del giornale, e rappresentò per Ben Jelloun il consolidamento di un interesse verso il meridione italiano e dell’innamoramento per “il disordine vitale” della napoletanità che ha poi espresso negli altri due titoli ambientati a Napoli L'albergo dei poveri e Il labirinto dei sentimenti
In Diario di un criminologo l’autore di Fès da 50 anni a Parigi si muove nell’hinterland napoletano, in terra di camorra, ed evoca fatti di cronaca realmente accaduti tra gli anni ‘80 e ‘90, titoli di giornale e personaggi che ricordano persone viventi o che sono esistite, usando la forma del racconto di finzione. Sono chiari i riferimenti al giornalista Giancarlo Siani, ucciso per mano della camorra il 23 settembre 1985, così come alla strage di Torre Annunziata del 26 agosto 1984, avvenuta all’interno di una faida tra clan, in pieno giorno, a opera di quattordici sicari che si finsero turisti a bordo di un pullman in gita, che “la stampa ha chiamato ‘Il cavallo di Troia’, ‘I turisti assassini’”.  
La voce narrante è quella di un criminologo che raccoglie e cataloga informazioni sui corpi ammazzati e convive con la solitudine di chi passa il tempo ad accumulare verbali, impotente di fronte alle ingiustizie e all’infanzia senza innocenza vissuta in queste terre disperate e abbandonate dallo Stato. Lo Stato è “il fantasma, il grande assente” che Ben Jelloun fa aleggiare per tutto il racconto e che ai lettori di oggi può risuonare argomento d’attualità, come se non fossero passati ben trent’anni da quando il testo fu scritto.
“Perché lo stato si è ritirato, lasciando il campo ai trafficanti di droga, di armi e di crimine?” si chiede lo scrittore di Torre Annunziata Michele Prisco, scomparso nel 2003, introdotto nel racconto quando il criminologo fa le sue ricerche sul campo, turbato e rincorso da immagini violente che sempre più spesso hanno il volto di ragazzini. 
A chi serve una società dove i bambini buttano via la pistola di plastica per sostituirla con un revolver vero; con le pallottole vere, per commettere dei veri assassini?” si domanda invece la futura moglie del criminologo di fronte all’aumento dei baby-killer che si ammazzano tra loro. Per questi giovani il futuro è già tracciato, “con la benedizione della famiglia e l’ammirazione dei compagni”. Sembra di leggere le cronache di oggi che parlano di minori intrappolati nella violenza, riuniti in baby gang che girano in banco, colmi di rabbia e senza sogni nel cassetto. 

Il Mattino - 30/4/2020

sabato 14 marzo 2020

Rotta per la Galite, l'altra Ponza

La storia della migrazione ponzese alla Galite è una poesia arcaica. E’ una poesia di avventura, di scoperta, di coraggio, di felicità selvaggia. E’ una storia di fame ma anche di abbondanza, di libertà ma anche di isolamento, di spostamento ma soprattutto di stanziamento. 
Mi sono imbattuta in questa singolare vicenda seguendo le fila della migrazione italiana in Tunisia, una migrazione lunga più di un secolo che ha attraversato molte fasi e che rappresenta un affascinante esempio di transculturalità mediterranea.  
La storia della Galite - che racconto nel ciclo per TreSoldi in onda su RaiRadio3 dal 17 al 20 marzo 2020 alle 19.50 Rotta per la Galite, l’altra Ponza – fa parte, dunque, di una pagina di storia più ampia, quella ‘circolare’ del Mediterraneo che racchiude gli eterni rituali della partenza che non sono mai stati in un’unica direzione, ma sempre in entrambe, avanti e indietro tra la riva sud e la riva nord. 




La Galite è l’isola principale dell’omonimo arcipelago tunisino che si trova a 64 km a nord di Tabarka, nel cuore del Mediterraneo. Dopo essere stata disabitata per secoli e approdo di fortuna per corsari, pirati e navi mercantili, dal 1872 fu abitata per quasi un secolo da una comunità di pescatori italiani provenienti dall’isola di Ponza. 
Il primo ponzese a mettere piede alla Galite è stato Antonio d’Arco che aveva scoperto l’isola nel 1843 durante un naufragio. Decise di tornarci con la famiglia in seguito all’accusa di omicidio e tanti lo seguirono attratti dai fondali pescosi. 
Nel 1903 erano presenti sull’isola 103 persone e nel 1936 ben 250, una comunità che serviva anche da assistenza ai pescatori stagionali che da Ponza partivano per la pesca delle aragoste.
Alla Galite i ponzesi trovarono un paradiso in terra, un’America nel Mediterraneo. Un mare ricco e la libertà di auto-gestirsi su una terra che dal 1881 era sotto il protettorato francese. 
La permanenza dei ponzesi sull’isola si concluse proprio con la conquista dell’indipendenza da parte dei tunisini nel 1956. Alcuni negli anni 60 sono tornati a Ponza, mentre moli altri, avendo la nazionalità francese, hanno scelto di trasferirsi in Costa Azzurra e oggi nel villaggio costiero Lavandou vivono ancora molti discendenti dei ponzo-galitani
Per tutti la Galite rimane nella memoria come una terra speculare a Ponza, una terra sorella, a tratti gemella: l’altra Ponza. 

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Dal 1980 l’arcipelago della Galite è considerato una riserva naturale e dal 2006 è gestito dall’Apal, l’Agenzia di protezione e sviluppo costiero tunisino, che lavora per la tutela degli ambienti marini e terrestri dell’arcipelago e per il miglioramento del suo patrimonio paesaggistico e culturale. L’Apal gestisce anche le visite sull’isola, comprese quelle degli italiani che desiderano andare al cimitero e visitare i luoghi vissuti dai loro antenati. 
E’ ancora molto forte nei discendenti dei vecchi abitanti della Galite il desiderio di mantenere un legame con l’isola e tenere viva la memoria di questa bella storia di migrazione italiana in Tunisia attraverso i ricordi familiari perché “sopra le isole – scrive il poeta Antonio De Luca - l’uomo scava la devozione e il verbo, sopra le isole l’uomo attende e racconta”. 

#1| Destini mediterranei - Ultime tracce della storia della migrazione ponzese alla Galite - I racconti del libraio Silverio Mazzella, di Assunta Scarpati, nipote di Concetta, considerata la ‘sacerdotessa’ della comunità, e dell’aragostaio Giovanni Conte.

#2| Una storia arcaica - La leggenda di Antonio D’Arco, primo ponzese a mettere piede sulla Galite - I ricordi di famiglia di Assunta Scarpati

#3| La Galite ieri: un’America nel Mediterraneo per i fondali pescosi e l’abbondanza di aragoste - I ricordi giovanili di Giovanni Conte

#4| La Galite oggi: riserva naturale e area marina e costiera protetta – Lo sguardo del poeta ponzese Antonio De Luca e le visite organizzate sull’isola dell’Apal, l’Agenzia di protezione e sviluppo costiero tunisino.  


Il mare e la sponda, le isole del mare e i porti sulla sponda, le immagini che ci offrono gli uni e gli altri cambiano nel corso dei peripli e duranti gli approdi. Il Mediterraneo rimane lo stesso, noi invece no”.  
Pedrag Matvejević 

venerdì 28 febbraio 2020

Susan Sontag. Un triangolo di passione all'ombra del Vesuvio

Nell’agosto nel 1779 ci fu una delle più spaventose eruzioni del Vesuvio. Era un sabato mattina quando la montagna tremò, scagliò in aria pietre infuocate e coprì il cielo di fumo nero accecante. Ne fu testimone il diplomatico britannico William Hamilton, all’epoca a Napoli nelle vesti di ambasciatore, un uomo all’apparenza algido per il quale il Vesuvio divenne prima un’attrazione e poi un’ossessione. 
Sir Hamilton “smaniava – come ogni collezionista – dalla voglia di esibirlo” scrive Susan Sontag in L’amante del vulcano, il romanzo più noto della grande intellettuale americana uscito nel 1992, arrivato in Italia tre anni dopo tradotto per Mondadori da Paolo Dilonardo sotto la supervisione dell’autrice e ora ripubblicato da Nottetempo con una traduzione revisionata dallo stesso Dilonardo che tradurrà anche le altre opere di Sontag in uscita nel prossimo triennio. 




L’amante del vulcano è un romanzo storico basato su fatti realmente accaduti, ambientato nella Napoli del Settecento, città festosa e disperata in cui nasce la Rivoluzione che darà vita alla “Repubblica Napoletana”. Quando il libro uscì Sontag dichiarò che, ispirata dal triangolo amoroso tra sir Hamilton, la sua seconda moglie Emma, bella e popolana avventuriera, e l’ammiraglio inglese Horatio Nelson, cominciò a pensare al romanzo dopo aver scoperto a Londra alcune stampe del Vesuvio commissionate da Hamilton.
L’ambasciatore britannico passava le giornate a osservare il vulcano. “Era uno stimolo alla contemplazione” che lui paragonava alle sue collezioni. Il collezionista è “qualcuno le cui gioie non sono mai disgiunte dall’ansia. Perché c’è sempre qualcosa di piú. O qualcosa di meglio. Devi averlo perché è un passo ulteriore verso un completamento ideale della tua collezione. Ma questa completezza ideale che ogni collezionista agogna è una meta illusoria” scrive Sontag che, essendo anch’essa collezionista, ben delinea la pulsione dell’accumulatore curioso che portava il diplomatico ad acquistare preziosi oggetti d’arte, ma anche a raccogliere tufo, ossidiana, fossili, lava pietrificata, come se il gesto del collezionista fosse la chiave dell'universo. 
E’ il libro che volevo scrivere da sempre. E’ da una vita che cerco il mio stile, questa forma. A me interessa l'impegno appassionato, non l'alienazione” dichiarò Sontag per spiegare la nascita di questo romanzo popolare ricchissimo di vicende. Non si parla solo d’infedeltà, costumi sociali e arte, ma anche di torture, esecuzioni capitali, prigionie, imboscate. E sullo sfondo c’è sempre il vulcano, simbolo di imprevedibilità e di potenza esplosiva, ma anche mito. 
Vesuvio – ci racconta Sontag - era una volta un giovane che vide una ninfa bella come un diamante. Gli scalfí il cuore e l’anima: lui non riusciva a pensare ad altro. Con il respiro sempre piú ardente, le balzò addosso. La ninfa, scottata dalle sue attenzioni, si precipitò in mare e diventò l’isola oggi chiamata Capri. A quella vista Vesuvio impazzí. S’ingigantí, i suoi sospiri di fuoco si propagarono, a poco a poco diventò una montagna. E oggi, immobile come la sua amata, per sempre irraggiungibile, continua a eruttare fuoco e fa tremare Napoli”.

Il Mattino - 20/02/2020


martedì 31 dicembre 2019

Sheng Keyi: "Racconto Tienanmen, ma non ai cinesi"

Quando la letteratura parla con allegorie e metafore riesce a essere più incisiva. La realtà prende concretezza e rimane a lungo impressa nei lettori. Nel tentativo di misurarsi con il tabù che aleggia in Cina sulle proteste represse di Tienanmen del 1989, la scrittrice cinese Sheng Keyi, 46 anni, nata in un remoto villaggio della provincia di Hunan, ha preso questa strada e ha scritto un romanzo che riflette e anticipa l’odierno tormento di Hong Kong. 
Censurato in Cina, uscito in inglese nel 2104 e ora pubblicato in italiano da Fazi (traduzione dal cinese di Eugenia Tizzano), Fuga di morte comincia con la comparsa un enorme escremento a forma di pagoda sulla piazza di Beiping, capitale dello Stato immaginario di Dayang, evento dissacrante che fa esplodere tensioni sociali latenti e innesca un movimento di protesta guidato da intellettuali e poeti. Il protagonista è Yuan Mengliu, giovane poeta in crisi che non riesce a sopportare la violenza della rivolta e della sua aspra repressione da parte del governo e al contempo è incapace di appoggiare gli ideali rivoluzionari della sua compagna Qi Zi, leader della protesta.




Sheng Keyi, è stata coraggiosa a confrontarsi con un tema sensibile in Cina come i fatti di Tienanmen.
“E’ stata una vera sfida. Ho scritto Fuga di morte per superare me stessa, sia per la tematica delicata, sia nella costruzione narrativa e nel linguaggio. Ho fatto molta ricerca. Ho iniziato a scrivere nel 2008 e terminato nel 2011”.
Aveva 16 anni nel 1989. Cosa ricorda dei giorni di protesta?
“Ho seguito le notizie in tv e forse ho scritto quest’opera per capire la verità. L’idea della storia è nata dopo aver conosciuto alcuni intellettuali che avevano partecipato alle manifestazioni. Uno di loro mi regalò un cd. Pensavo fosse musica, invece conteneva registrazioni degli eventi di piazza. Ne restai scioccata perché per la prima volta potevo aggiungere altri dati alla versione di Pechino e avere una visione completa della Storia. Ho invidiato quegli intellettuali ma li ho anche ringraziati. Grazie a loro mi sono innamorata degli ideali della rivoluzione e, attraverso la scrittura, ho potuto vivere quei momenti e sentire quell’amore”.
Nel romanzo però emerge l’incapacità della poesia di fermare le barbarie e il suo protagonista non riesce più a scrivere. 
“La poesia è una forma di resistenza e un richiamo alla lotta ma è anche sinonimo d’introspezione. Chi è sopravvissuto all’orrore ha diritto di cercare ancora la felicità e la poesia?”. 
Per chi ha scritto Fuga di morte
“Per me, per i miei coetanei che non conoscono questa pagina di Storia e per le generazioni a noi successive”. 
Peccato che non l’abbiano ancora potuto leggere.
“Sì, ma una volta scritto un libro, non si sa che strade prende. Un bravo scrittore non deve mai smettere di scrivere, anche se non arriva al suo pubblico, perché se un’opera è ben fatta, troverà una strada per uscire. Qualcuno ha provato a portarlo in Cina da Hong Kong e Taiwan dove nel 2012 è uscito in cinese tradizionale, ma è stato bloccato alla dogana”. 
Perché ha scelto l’allegoria degli escrementi?
“In Cina le feci simboleggiano solo cose brutte. Nel romanzo rappresentano la corruzione dell’ambiente governativo”.
E’ la prima volta che un suo romanzo non esce in Cina?
“E’ già successo con un’altra storia che ha come protagonista un giornalista che usa metafore per raccontare la realtà e un Ente che ne vieta l’uso sui giornali. Il giornalista viene catturato ed educato alle parole del governo”. 
Cosa l’affascina dell’Italia?
“Ho passato ore a guardare il cielo, a bocca aperta. C’erano tanti uccelli. Li ho osservati incantata, ma poi mi sono detta: attenta, qualche escremento può caderti direttamente in bocca. Anche la bellezza può essere pericolosa”. 


Il Mattino - 29/12/2019




venerdì 27 dicembre 2019

Con donna Matilde alla ricerca delle fate perdute

Tra gli innumerevoli pregi dei piccoli editori c’è, tra i più ambiti, l’abilità di scovare e ripubblicare testi dimenticati o poco noti. E’ quello che ha fatto la giovane casa editrice Rina edizioni, nata un anno fa con l’intento di interessarsi alle voci di scrittrici del passato, riportando alla luce L’ultima fata. Fiaba per i bambini di Matilde Serao
La riscoperta di questo breve testo destinato all’infanzia, scritto su commissione dell’azienda alimentare Fosfatine Falières, è davvero una chicca perché il volumetto è uscito nel 1909 in Francia con il titolo La derniere fée. Conte pour les enfants ed è arrivato in Italia solo in secondo momento, circolando pochissimo, ma confermando le doti letterarie e inventive della scrittrice e giornalista, fondatrice de Il Mattino insieme al marito Edoardo Scarfoglio.




Tutte le edizioni, così come quella appena uscita in tiratura limitata, sono pubblicazioni d’arte e contengono le illustrazioni in bianco e nero dal pittore francese George Rochegrosse, già illustratore di opere di Baudelaire, Flaubert, Hugo. 
L’avvincente storia fantastica racconta la sparizione delle fate che non viene accettata da Giorgio, bambino “pieno di giudizio e di riflessione”. “Ogni monelleria di bimbo uccide una fata, e i fanciulli di oggi ne hanno fatte tante che, di fate, non ve ne sono rimaste più” gli dice la mamma una sera, momento in cui Giorgio decide di partire per cercarne qualcuna convinto che la bontà di un bambino ne possa resuscitare almeno una. 
Nel 2016 l’Emeroteca Biblioteca Tucci ha esposto una copia della versione italiana de L’ultima fata a Napoli, all’interno della mostra I libri e i giornali di Edoardo e Matilde, ossia della celebre coppia Scarfoglio. Secondo il catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale del Ministero dei Beni Culturali, questo prezioso volumetto è posseduto soltanto da due biblioteche, l’Universitaria di Cagliari e la Provinciale di Campobasso, mentre, secondo il catalogo internazionale Kit, l’edizione francese è presente in tre copie: nella Biblioteque Nationale de France, nella Biblioteca dell’Università di Chieti e nella Biblioteca Giustino Fortunato di Roma. 
“Stavo cercando testi per l’infanzia da pubblicare quando mi sono imbattuta nella mostra alla Biblioteca Tucci e ho scoperto l’esistenza di questo volume di Matilde Serao. Grazie a internet ne ho trovata una copia in una libreria antiquaria di Napoli e l’ho acquistata” racconta la responsabile della casa editrice Michela Dentamaro, 28 anni, romana, con alle spalle un percorso di studi letterari, che aveva già pubblicato l’anno scorso un altro testo della scrittrice Parla una donna. Diario feminile di guerra. “Matilde Serao è stata tra le prime voci che ho riproposto – spiega la giovane editrice – In questo libro del 1916 la parola feminile appare sempre con una sola ‘m’. Non è un errore perché all’epoca si usava così, rispettando la provenienza latina. Ogni pubblicazione rispetta fedelmente l’originale”.

Il Mattino - 10/12/2019