lunedì 3 dicembre 2018

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio” scriveva il poeta Alfonso Gatto in uno dei suoi quaderni d’appunti degli anni compresi tra il 1964 e il 1971, recentemente ritrovati dai familiari e pubblicati da Nino Aragno Editore.
Un invito al gioco per assaporare la serietà delle cose della vita che mi sembra l’aforisma giusto per darvi il benvenuto in questo blog che nasce sotto una stella gattiana e riprende il nome di una rubrica che il poeta tenne tra il 1957 e il 1958 su La Fiera Letteraria.

Raccogliendo la sua felice intuizione di portare piccoli eventi quotidiani nella dimensione del piacere, userò questo spazio per condividere uno sguardo sul presente e aprire finestre su mondi sconosciuti o angoli nascosti di luoghi e persone. Senza mai dimenticare la lezione del maestro che per le sue Cronache del piacere (raccolte in un numero monografico della rivista Sinestesie curata da Epifanio Ajello) si abbandonava a flussi di pensieri, confidenze ardite, indignazioni urlate, parlotti irrequieti alimentando "quell'abitudine di considerare oltre il tempo della cronaca che brucia gli avvenimenti, un tempo più lungo, più paziente; quello della Storia".
Forse, come quelle di Alfonso Gatto, anche queste cronache saranno scritture sparpagliate. Tenteranno però di avere un filo conduttore: la sorpresa. Perché, come scrisse Anna Maria Ortese, “la cosa più sorprendente del mondo, via via che i decenni e poi i secoli trascorrono, rimane sempre, a ben pensarci, l’assenza di sorpresa…”.
Il piacere qui non sarà inteso come unica via possibile, né come obbligo, né come colpa, ma come modo per celebrare la straordinarietà di essere nati e di esistere. Animare questo blog, quindi, è un tentativo di dare corpo all’evanescenza del vivere e, come specificò Alfonso Gatto, “queste Cronache del piacere s’impuntano sull’impertinenza di lasciare almeno ai figli la tecnica della libertà”. 

domenica 2 dicembre 2018

Quel Gatto 'sardo', reporter di emozioni

Nei reportage, come negli articoli che regolarmente pubblicava su giornali e riviste, il poeta Alfonso Gatto alimentava l'abitudine di considerare gli avvenimenti a cui assisteva o partecipava oltre il tempo della cronaca. Li collocava sempre nel tempo della Storia, un tempo più lungo e paziente che non bruciava gli eventi, anzi li custodiva. 
Grazie a quell’attitudine oggi possiamo leggere le sue prose senza percepirle datate, come nel caso dei reportage che scrisse nel 1955 dopo un viaggio in Sardegna in qualità di inviato del settimanale Epoca, raccolti da Marcello Napoli in Alfonso Gatto e il ‘continente’ Sardegna (Edizioni dell’Ippogrifo). Si tratta di quattro reportage usciti nel luglio dello stesso anno che ci restituiscono un Gatto reporter affascinato dalla “terra ferma ai proverbi”, luogo sospeso tra un pesante passato arcaico e un futuro sul punto di arrivare. 
Il presente che Alfonso Gatto cattura nel suo vagabondare ad Alghero, in Barbagia, tra i villaggi nuragici e i fari della costa, è fatto di umanità. E’ un presente pulsante di vita. Il poeta fa emergere le figure umane che abitano questa “terra antica e seria”, “quasi un continente” come l’aveva definita uno dei suoi compagni di viaggio, il poeta Marcello Serra che accompagnò Gatto su e giù per l’isola con il fotografo Mario De Biasi. I tre furono sempre ben accolti, tant’è che Gatto annota che in Sardegna “qualunque ospite è sempre atteso, e il primo rispetto che si ha per lui è proprio questo di non mostrargli sorpresa”.



Saranno sorpresi, invece, i lettori gattiani più fedeli nel ritrovare in copertina una fotografia che ritrae il poeta dal barbiere, nel momento di farsi rasare, spesso associata al racconto Una barba a Salerno, sua città natale. Con questo libro si scopre che quella foto fu scattata alla Maddalena. 
“I silenzi, il nero dei vestiti delle donne e delle notti, la dignità, l’osservazione senza preconcetti che i delitti in Sardegna sono minori che nella sola città di Milano, dove viveva, rimarranno nella memoria di Gatto anche nella poesia” spiega Marcello Napoli che ha inserito nel volume due poesie presenti in Osteria Flegrea: Funerale sardo e Epigramma sardo, scritte dopo lo stesso viaggio.
Il libro è arricchito anche da altri testi di Gatto legati alla Sardegna: il Diario sardo presente in Napoli N.N., e due recensioni, una dedicata al libro di Marcello Serra, La Sardegna quasi un continente, uscita sul Giornale del Mattino nel 1959, e una sul libro di Antonio Cossu, I figli di Pietro Paolo, pubblicata su L’Unione sarda nel 1967.
Un’altra chicca è la fotografia scattata dallo stesso Gatto nei pressi di uno dei “fari che parlano” che ritrae Mario De Biasi circondato da un coro di donne sorridenti. Anche nel visitare i fari, il poeta cerca l’anima segreta del luogo nella gente che lo abita e, in questo caso, trova “un vecchio sogno da ragazzi”. 
“Nel nostro lavoro di giornalisti – scrive -, capita qualche volta di entrare da personaggi veri in un racconto che da bambini ci parve di sognare”. E così Gatto incontra i fanalisti di Punta Scorno, sull’isola dell’Asinara, che abitano un faro costruito nel 1859, sorpresi di vedere arrivare i tre viaggiatori: “Voi a Punto Scorno siete venuti veramente…”.

Il Mattino - 30/11/2018


venerdì 12 ottobre 2018

Il canto libero delle interpreti arabe

Per smentire il pregiudizio che cristallizza l’immagine delle donne arabe in signore velate, sottomesse e ammutolite, basta dare un’occhiata alla storia della musica araba del ‘900 e scoprire figure femminili emblematiche, lontane dagli stereotipi diffusi in Occidente. Questa storia ci parla di cantanti autorevoli, forti e libere che sono riuscite a tirare fuori la Voce e a essere padrone del loro destino in un mondo arabo più laico, più aperto alla convivenza tra differenze religiose e più sveglio culturalmente di quello attuale



Proprio frugando in questa storia sono stata travolta dall’eccezionalità di alcune Vite e dalla potenza simbolica della Voce che scava e si fa strada, dentro e fuori da sé. Il canto per queste donne nate in società maschiliste e patriarcali è stata un’efficace forma di emancipazione, un modo per prendere la parola da un podio conquistato con il talento e il sudore e parlare non solo al pubblico arabo, ma a tutto il mondo. 
Dalla voglia di raccontare le esistenze esemplari di alcune di loro e di celebrare il potere liberatorio della voce, è nato il ciclo di Vite che non sono la tua, Il canto libero delle interpreti arabe, in onda dal 13 ottobre, alle 14.30, su RadioRai3 in cui incontreremo il mondo della diva egiziana Omm Kulthum, della principessa drusa Asmahan, della cantante tunisina Saliha e della star libanese, ancora vivente, Fairuz
Le loro Voci affioreranno nel flusso narrativo anche attraverso pensieri intimi e frammenti di canzoni grazie alle interpretazioni dell'attrice Patrizia Hartman e alla regia di Ornella Bellucci.


Ecco il piano delle puntate:
sabato 13 ottobre: Omm Kulthum, la Sovrana di tutti 
sabato 14 ottobre: Asmahan, la principessa cantante  
sabato 20 ottobre: Saliha, la leonessa berbera
sabato 21 ottobre: Fairuz, la star solitaria 

questo è il link per ascoltare le puntate e scaricare i podcast

Vite che non sono la tua è un programma a cura di Paola Tagliolini


domenica 26 agosto 2018

Poesia, non potere. La Tunisia del futuro

Da fuori la Cittadella della cultura di Tunisi appare come una scatola chiusa. Le alte e spesse mura che la circondano non permettono di vedere quello che succede dentro. Per scoprirlo bisogna entrarci. Una volta dentro si ha subito l’impressione di trovarsi in una tipica città araba, di quelle che prevedono l’isolamento visuale dello spazio privato, considerato sacro. Oppure in un’antica casa magrebina progettata con la stessa logica: mura intorno e al centro un grande patio su cui si affacciano le porte delle stanze e corridoi che conducono ad altre porte. 
In questa nuova sorprendente megastruttura statale progettata nel 2003 e tanto anelata dai tunisini, prezioso investimento sulla cultura in Nord Africa, ogni porta è un’occasione di fuga dal vuoto, dalla miseria e dalla rassegnazione. Le stanze ospitano sia uffici, sia sale dedicate ad attività culturali di varia natura avviate lo scorso 21 marzo, giorno della sua apertura al pubblico a cui ho partecipato per vedere da vicino la nascita del progetto.
Ci sono voluti 15 anni prima di riuscire a consegnare ai cittadini l’attesa Madinet Ethakafa voluta dall’ex presidente Ben Ali e poi passata nelle mani dei diversi governi che dal 2011 a oggi si sono susseguiti nella Tunisia post-rivoluzionaria. Finalmente ora la Cittadella è una realtà che in soli quattro mesi ha già ospitato centinaia di spettacoli di musica, teatro e danza,  conferenze, mostre e festival di cinema tra cui il neonato Manarat dedicato ai film del Mediterraneo, organizzato da uno staff femminile d’eccellenza. 
Gli spazi per dare forma alle idee in città, dunque, si sono moltiplicati e, anche se con le normali difficoltà di ogni inizio, gli operatori culturali tunisini oggi possono contare su un nuovo Museo d’arte contemporanea, un complesso cinematografico con due sale di proiezione e un Auditorium, studi di produzione televisiva, sale prove, tre teatri tra cui un immenso spazio per l’Opera, la Casa del romanzo e la Cineteca nazionale che, dopo tre mesi di proiezioni tra cui tre eventi sul cinema italiano, inaugurerà ufficialmente il 18 settembre con un ciclo dedicato alla coppia nel cinema tunisino.
“La sfida del progetto è di dare un'anima a spazi progettati in origine per la propaganda e la centralizzazione” spiega il direttore della cineteca, il regista Hichem Ben Hammar


Oltrepassato il maestoso portone dell’ingresso principale che si affaccia su viale Mohamed V, nel cuore della città, e fatti i dovuti controlli con il metal detector che ormai in Tunisia sono pratica quotidiana negli spazi pubblici, lo sguardo dei visitatori si perde nell’ampio spazio che nasconde l’operosità di chi vi lavora per portare avanti i progetti in cantiere, per farne partire altri, o per allestire nuove aree, anche ricreative, e aiutare l’economia locale a rimettersi in moto.
Dopo l’estate verranno aperti negozi, caffè e ristoranti per accogliere i turisti curiosi anche di salire sulla torre con la punta a sfera visibile da lontano. Anche la Casa del romanzo avrà un caffè letterario destinato a studiosi e intellettuali. Da qualche mese questo spazio gestito dallo scrittore e critico Kamel Rihai (del quale è appena stato tradotto in Italia da Francesco Leggio Bisturi per Jouvence), ospita la Biblioteca Bashir Khrayef, dedicata al padre del romanzo tunisino, nata per raccogliere, archiviare e documentare le fonti della letteratura locale. Qui si possono leggere libri rari e antichi di autori tunisini, da Mohmud Messadi ad Ali al-Duagi, ma anche traduzioni di romanzi stranieri in arabo, testi critici introvabili e raccolte poetiche tra cui una pregiata stampa di poesie scritte a mano da Abou el Kacem Chebbi negli Anni ‘30. 
La Casa del romanzo, così come la Cineteca che si occupa di raccogliere, conservare, restaurare e valorizzare il patrimonio cinematografico, lavora per salvare la Memoria del paese. Il bisogno di moltissimi cittadini di combattere terrorismo e fanatismo con azioni culturali e non solo militari e poliziesche, si collega al tentativo che cinefili e scrittori tunisini di tenere vivo il valore della Memoria, in quanto processo di crescita e di emancipazione che consente al paese di proseguire il cammino democratico intrapreso e di continuare a scegliere il proprio futuro. 
Una pulsione verso il passato si avverte nei progetti, ma anche nei discorsi dei giovani, eppure passeggiare in questa immensa struttura che si estende su oltre 9 ettari ancora tutta da inventare, con nelle narici l’odore del cellophane di sedie e scrivanie ancora intatte, fa pensare al nuovo che deve venire. A una scatola vuota da riempire. Al futuro da immaginare e a tante porte d’ingresso che conducono verso i sogni di chi non dimentica che uno spazio di cultura è uno spazio di vita.

Buone Notizie, inserto del Corriere della Sera - 14/8/2018



sabato 4 agosto 2018

Dell'Aleppo che abbiamo conosciuto non rimane piu' nulla

avvertenza: ho scritto questo articolo due estati fa, ma lo ripropongo perché delle sorti di Aleppo e della Siria si parla sempre troppo poco 

Chiunque sia passato per Aleppo, prima di partire ha messo in valigia una scorta delle spesse saponette fatte di un impasto speciale che, in base a un’antica tradizione, mescola olio d’oliva e olio di alloro. Da quattro anni, da quando la città siriana si è trovata al centro di un’atroce guerra civile, la produzione di questo sapone diffuso in tutto il mondo e realizzato nei caravanserragli dei vecchi suq del centro, non si produce più, come non si producono più tappeti, tessuti e accessori in sete pregiate. 
Dell’Aleppo che abbiamo conosciuto non rimane più nulla. La città è oggi completamente distrutta e resa un’immensa distesa di macerie. Lo scenario è raccapricciante. Delle case, i monumenti, le sale da concerti, le sontuose moschee e gli eleganti hotel di quella che era una meravigliosa città araba restano nelle strade solo scheletri di palazzi, pozze di fango, fasci di fili elettrici penzolanti e fumo nell’aria causato dai continui bombardamenti che dal 2012 non sono mai cessati. La cosiddetta "battaglia di Aleppo", intesa come parte della più ampia guerra civile siriana e nodo cruciale dello scontro vista la posizione strategica del secondo centro abitato della Siria, è iniziata il 19 luglio di quattro estati fa, nel 2012, separando la città in due zone tese nel braccio di ferro fra il governo di Assad e i vari gruppi armati di opposizione, tra cui i cosiddetti “ribelli moderati” e gli islamisti radicali dell’Isis. Le forze governative, sostenute dalla Russia e da Hezbollah, si trovano a sud-ovest, i ribelli guidati da Fatah al Sham, il gruppo che rappresenta l’incarnazione di Jabat al Nusra (è stato cambiato il nome alla fazione e rescissa l’alleanza con Al Qaeda), stanziano a est, mentre la parte nord-ovest è controllata dai combattenti curdi dell’YPG (People’s Protection Units) a difesa dei quartieri curdi della città che combattono in alleanza con milizie assire (siriaci cristiani), arabe, turcomanne e armene, nel Syrian Democratic Forces (SDF) sostenuta dagli USA, per pressare i gruppi islamisti che si trovano a nord. 




Dal 2012 a oggi la vita per i civili è andata via via peggiorando. Molte testimonianze di atrocità subite dalla popolazione sono state riportate dal rapporto pubblicato a maggio 2015 da Amnesty International dal titolo “Morte ovunque: crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani ad Aleppo” in cui emergono orrori di ogni tipo fino alla necessità di vivere sottoterra per proteggersi sia dai “barili bomba”, imputati al regime, riempiti di tritolo, benzina e pezzi di metallo lanciati da elicotteri a casaccio “per distruggere più che per colpire il nemico”, sia dai razzi con bombole di gas chiamati "cannoni dell'inferno” attribuiti ai ribelli.
“Le bombe ci inseguono ovunque. Tutto è distrutto e senza vita. Le cose più semplici della vita come bere e mangiare sono diventate difficilissime” aveva scritto un ragazzo di Aleppo di 36 anni in una lettera spedita lo scorso febbraio a Rabi Bana, attivista per i diritti umani, suo concittadino e compagno d’infanzia, riuscito a lasciare Aleppo alla fine del 2012 e a lavorare a Beirut e in Turchia per una ong internazionale che sostiene la società civile siriana. L’allarme Onu di ieri conferma la necessità immediata di una tregua umanitaria. 
Lo scorso 24 luglio è stato colpito il deposito con le razioni di cibo delle Nazioni Unite e la maggior parte è andata distrutta. Dal 2012 a oggi sono stati annientati interi quartieri, mercati, ristoranti, stazioni di bus, moschee, ospedali e centri medici. Lo scorso 23 luglio sono stati colpiti sette ospedali da campo e una banca del sangue allestiti in città. A maggio era stato già distrutto l'ospedale Al-Dabbeet, situato nel quartiere di Muhafaza, mentre il 28 aprile era stato attaccato l'ospedale al-Quds, sostenuto da Medici Senza Frontiere (MSF), dove tra le 14 vittime sono morti anche due medici e tra questi Mohammed Wasim Moaz, 36 anni, l'ultimo pediatra rimasto ad Aleppo. 
Scenari di orrore si sono verificati anche nelle scuole come quella di Ain Jalut attaccata da missili sia nel 2013, sia nel 2014, causando innumerevoli morti che, insieme a detenzioni arbitrarie, torture in carcere, sparizioni forzate e decapitazioni come quella del bambino di 12 anni ad Handarat lo scorso 19 luglio, fanno di Aleppo la città più devastata della Siria, una vera città martire dove da quattro anni si assottiglia sempre più ogni speranza di sopravvivenza anche se ancora qualcuno prova a coltivare un piccolo orto sul tetto della propria casa come segno di vita. 

Il Mattino - 19 luglio 2016

domenica 3 giugno 2018

Gigi Marzullo: Ubriacarmi? Non mi serve. Sono me stesso

Gigi Marzullo le interviste preferisce farle, ma questa volta accetta il gioco e si mette dall’altra parte. 
Gigi, le prime interviste le ha fatte per Il Mattino. Che ricorda?
Fui chiamato dal direttore, Roberto Ciuni, perché ampliava le pagine dopo il terremoto dell’80 e mi offrì il praticantato. Io mi ero trasferito già a Roma per un mese da annunciatore a RadioRai, quindi chiesi di lavorare dalla capitale perché avevo paura di essere assunto ad Avellino visto che abitavo nel palazzo della redazione locale, ma lui mi mandò a Benevento. Poi fui trasferito a Napoli alle Province, ma io chiedevo sempre di andare agli Spettacoli. 
Che tipo di giornalista era?
Ammetto di non essere stato un gran lavoratore. Non davo l’anima, ma fu un'esperienza importante: il primo stipendio, la tredicesima, il rapporto con i colleghi napoletani, Napoli di notte. 
Poco dopo, infatti, fu assunto in Rai.
Sì, ormai sono a Rai1 da più di 30 anni.
Perché voleva vivere a Roma? 
Roma mi affascinava. E’ sempre stata la giusta mediazione tra il Sud da dove venivo e il Nord per me difficile da comprendere. Ora invece amo anche Milano. 
Ci va ogni domenica per partecipare a Che tempo che fa. Come sta andando l’esperienza con Fazio?
Con Fabio viene fuori la parte di me più ironica, eccessiva, esasperata e sregolata che ho sempre tenuto a bada. La domenica per me è diventato un momento di oasi grazie al clima di armonia, di serenità e di costruzione che si crea intorno al tavolo. Non c’è niente è preparato.
Un tocco d’improvvisazione nella sua vita che appare un po’ troppo controllata.
Sì, è molto controllata. Da Fabio leggermente perdo il controllo grazie alla fiducia che lui mi ispira, ma è sempre una perdita di controllo controllato. Nino Frassica è un genio che ha inventato il "libro delle risposte a Marzullo". E’ davvero una bella televisione.
Quest’atmosfera rilassata le fa dire cose che non vuole dire?
Può capitare, ma sempre fino a quel punto che non riesco proprio a oltrepassare. Anche volendo, non ne ho la facoltà. 



Non si è mai ubriacato?
Qualche pazzia l’ho fatta, per amore. Ubriacato? Non ricordo. Sono sereno con me stesso, la mia ubriacatura è essere come sono. Non sento il bisogno di ubriacarmi tranne quando penso che dobbiamo morire. Questo è il mio tallone.
Ha paura della morte? Come fa a sfuggire questo pensiero?
Lavorando e guardando le cose piccole e semplici della vita, ma è lo sfuggire di un attimo. La morte è l’unica certezza della vita. Sono abituato a combattere, ma di fronte alla morte mi sento impotente. La scorsa settimana ho perso mia mamma. Ce l’ho messa tutta, ma alla fine ho solo rinviato il momento.
Perché non ha avuto figli?
Non è successo. Non l’ho deciso, sono passati gli anni e mi sono ritrovato così. Alcune volte penso che non ho figli, non che potevo averli. I miei amici mi danno del fortunato, ma io non posso dire di esserlo. Non ne ho la prova. Ho una compagna che riempie un vuoto che di tanto in tanto arriva.
A cosa non riesce a rinunciare?
Alla vita. A me la vita piace molto, ma proprio tanto. Per questo non la voglio abbandonare. La mia è una vita semplice, fatta di abitudini come un’intervista e un gelato al giorno. Mi piace anche fare shopping e qualche telefonata. Mi mancano le chiamate a mia madre. La sentivo due volte al giorno. 
Ha fatto oltre cinquemila interviste. Che gusto ci prova?
Mi piace capire le persone. Capendo gli altri, capisco meglio me stesso.
Come capisce le persone?
Chiedendo dell’amore, le gioie, le angosce, i dubbi, le certezze. Se non avessi fatto questo lavoro, essendo laureato in Medicina, avrei fatto lo psichiatra. 
Ha mai fatto analisi?
Mai. Non so se cederei. Fare analisi è un cedere a se stessi. 
Come si sentirebbe sul lettino?
Menomato, anche se penso che l’analisi possa aiutare la gente. Forse non ho il coraggio di mettermi in discussione, ma ho il coraggio di mettere in discussione gli altri. 
Di cosa ha paura?
Delle malattie, anche se si possono sconfiggere.
Da bambino cosa lo terrorizzava?
Il buio e il mare, ma le paure sono arrivate crescendo. 
Che giochi amava?
Trenini, soldatini e una macchina rossa che mi regalò mio padre alla Befana. Ho avuto genitori eccezionali. 
Cosa le piace fare d’estate?
Riposarmi ad Avellino. Mi sedevo al bar e ci sto ore.
Le piace essere riconosciuto e coccolato?
Non mi dispiace. Mi fa sentire meno solo. La solitudine è bellissima, ma guai a essere da soli. 
I suoi programmi sono una costante della tv italiana, mentre l’offerta intorno muta. Cosa guarda? 
TG, Talk di politica, programmi d’intrattenimento, varietà, RaiNew24. I film preferisco vederli a cinema. Penso di essere come un vestito classico, antico ma non vecchio e capace di adeguarmi ai tempi. 

Il Mattino - 3/6/2018


giovedì 17 maggio 2018

Alisha Boe: "Tredici riparte parlando di giustizia e violenza"

Alisha Boe ha solo 21 anni ma parla e si muove già come una diva di Hollywood. La giovane attrice, conosciuta da un pubblico internazionale grazie al ruolo di Jessica Davis nella serie statunitense Tredici prodotta e distribuita da Netflix, è nata a Oslo da padre somalo e madre norvegese ma il destino a 7 anni l’ha portata a Los Angeles e le ha dato l’opportunità di approfondire il suo talento e costruirci intorno una carriera che sta dando già ottimi frutti. 
La prima stagione di Tredici, tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher, è stata tra le più apprezzate del catalogo per aver raccontato il mondo dell’adolescenza partendo da un suicidio e passando per altri temi delicati, dall'omosessualità alle violenze domestiche, dal bullismo allo stupro di cui la stessa Jessica è vittima. Nella seconda stagione che sarà disponibile sulla piattaforma dal 18 maggio, le vicende si concentrano sulle conseguenze della morte di Hannah Baker (Katherine Langforde) e sul processo affrontato dalla scuola Liberty High. Se nella prima serie erano state le audiocassette lasciate da Hannah a guidare la narrazione, ora sono inquietanti polaroid a condurre verso un segreto indicibile mentre qualcuno cercherà di insabbiare la verità. 



Alisha, cosa scopriremo nei nuovi episodi di Tredici?
La storia esplorerà il tema della giustizia e mostrerà come i compagni di Hannah e la comunità che le viveva intorno cercheranno di superare la sua morte. Jessica dovrà anche riprendersi dalla violenza sessuale subita. Cercherà di trovare un po’ di calma e di fare un percorso di ripresa psicologica. 
Cosa ha imparato da Jessica?
Jessica mi ha fatto maturare e capire tante cose del mondo, a partire da come vengono trattate le ragazze. A volte in modo durissimo. Ma ho capito anche quanto sono forti queste ragazze, capaci di sopportare violenza e soprusi. 
Cosa pensa del movimento #MeToo?
E’ scoppiato proprio quando stavamo girando. Leggevo di storie di denunce ogni giorno e ognuna descriveva brutte molestie. Queste storie mi hanno dato più voglia di lavorare. Sono grata a queste donne che hanno avuto la forza di denunciare perché così noi giovani avremmo meno possibilità di essere disturbate e molestate sul lavoro. Hanno avviato un cambiamento culturale. Le donne non si sentono più vittime, e questo porterà buone ricadute su tutto.
Come ricorda del suo arrivo a Los Angeles?
Ci siamo trasferite quando la mamma si è sposata con un americano dopo il divorzio con mio padre. Era tutto diverso. Io venivo da una vita di quartiere tranquilla, scuola e danza. Mi piaceva già stare sul palcoscenico da piccola. A Los Angeles ho studiato recitazione, poi ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante sposata con un manager che ha seguito i miei passi. Ma anche se fossi rimasta a Oslo avrei seguito questa strada.
Quanto ha influito nell’essere notata il suo aspetto fisico, un mix di tratti somatici somali e norvegesi?
Non so dirlo, ma so di essermi sempre sentita appartenere a due mondi. Questo non è mai stato un problema per me, ma ho vissuto interiormente una lotta tra le mie identità: sono sempre stata una nera troppo chiara e una bianca troppo scura. Sento che in questa fase storica avere sangue misto sia una ricchezza. E’ il segno dell’integrazione. Ho l’impressione che ci sia una richiesta specifica di volti come il mio anche dall’industria del cinema.
Ha mai subito episodi di razzismo?
Credo che il razzismo stia cambiato. A volte i ragazzi dicono cose senza rendersi conto, tipo: “Non mi piacciono le ragazze di colore”. Poi io gli faccio notare il colore della mia pelle e loro rispondono: “Davvero, ho detto così?”. Insomma, dicono cose non pensando sia razzismo. 
Che rapporto ha con i suoi coetanei?
I miei amici fanno una vita diversa dalla mia, ci vediamo poco. Loro vanno all’università, io studio con tutor privati dall’età di 16 anni. Conduco una vita da adulta, ma quando mi sento ansiosa faccio una telefonata alla mamma. 
Quali sono i suoi modelli di attrici?
Cate Blanchett, Natalie Portman.
A cosa sta lavorando?
A un film indipendente che uscirà l’anno prossimo, Yes God Yes di Karen Maine, la storia di una donna cattolica che sull’affacciarsi della maturità scopre la sessualità.


Il Mattino - 17/05/2018 
(versione integrale)