martedì 26 febbraio 2019

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio” scriveva il poeta Alfonso Gatto in uno dei suoi quaderni d’appunti degli anni compresi tra il 1964 e il 1971, recentemente ritrovati dai familiari e pubblicati da Nino Aragno Editore.
Un invito al gioco per assaporare la serietà delle cose della vita che mi sembra l’aforisma giusto per darvi il benvenuto in questo blog che nasce sotto una stella gattiana e riprende il nome di una rubrica che il poeta tenne tra il 1957 e il 1958 su La Fiera Letteraria.

Raccogliendo la sua felice intuizione di portare piccoli eventi quotidiani nella dimensione del piacere, userò questo spazio per condividere uno sguardo sul presente e aprire finestre su mondi sconosciuti o angoli nascosti di luoghi e persone. Senza mai dimenticare la lezione del maestro che per le sue Cronache del piacere (raccolte in un numero monografico della rivista Sinestesie curata da Epifanio Ajello) si abbandonava a flussi di pensieri, confidenze ardite, indignazioni urlate, parlotti irrequieti alimentando "quell'abitudine di considerare oltre il tempo della cronaca che brucia gli avvenimenti, un tempo più lungo, più paziente; quello della Storia".
Forse, come quelle di Alfonso Gatto, anche queste cronache saranno scritture sparpagliate. Tenteranno però di avere un filo conduttore: la sorpresa. Perché, come scrisse Anna Maria Ortese, “la cosa più sorprendente del mondo, via via che i decenni e poi i secoli trascorrono, rimane sempre, a ben pensarci, l’assenza di sorpresa…”.
Il piacere qui non sarà inteso come unica via possibile, né come obbligo, né come colpa, ma come modo per celebrare la straordinarietà di essere nati e di esistere. Animare questo blog, quindi, è un tentativo di dare corpo all’evanescenza del vivere e, come specificò Alfonso Gatto, “queste Cronache del piacere s’impuntano sull’impertinenza di lasciare almeno ai figli la tecnica della libertà”. 

sabato 12 gennaio 2019

Lello Arena: "Miseria e nobiltà, il conflitto parte dallo scantinato"

In uno scantinato simile a una discarica dove si nascondono istinti e rifiuti e sul quale si ergono le fondamenta di un palazzo che evocano le sbarre di un carcere, si muovono i personaggi del nuovo adattamento della celebre commedia di Eduardo Scarpetta Miseria e nobiltà firmato dal regista Luciano Melchionna insieme a Lello Arena che indossa i panni di Felice Sciosciammocca
Per enfatizzare l’odierna miseria dei sentimenti e la spasmodica e diffusa fame di relazioni e affetti, lo spettacolo che ha debuttato al Teatro Eliseo a Roma il 27 dicembre (coproduzione Teatro Eliseo, Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro con Tunnel produzioni), conduce nell’oscurità e rimanda al mondo sotterraneo dei topi affamati di cibo e di vita che, una volta “travestiti da cani e gatti”, sgomiteranno per salire alla luce del sole del palazzo nobiliare. Il regista ha lavorato “asciugando e togliendo il colore nel rispetto delle ombre di Scarpetta, ombre potenti che trascinano i corpi, senza usare inutili effetti speciali per attualizzare il testo”. E gli attori lo hanno seguito nella sfida, dalla scelta dei “travestimenti” con costumi moderni, tetri e inattesi all’uso dell’italiano, solo sporcato di tanto in tanto di napoletano.    




Lello Arena, come sarà il suo Felice Sciosciammocca?
Se pensa che lo hanno interpretato Totò, Eduardo De Filippo, Vincenzo Scarpetta e che lo stesso Eduardo Scarpretta l’ha scritto per se, scatta l’unico pensiero possibile: quello della creatività. Abbiamo cercato di evitare che fosse troppo distante dal già visto, ma non potevamo prendere in prestito dal passato. E’ stato necessario inventarsi una strada nuova. 
Che strada avete preso?
Luciano si è preso la briga di fare la traduzione in italiano del testo e solo dopo di sporcarlo un po’ con il dialetto. Abbiamo puntato sul far esplodere cariche narrative. Per esempio il personaggio di Peppeniello che di solito è stato usato per far debuttare i figli d’arte perché è un ruolo piccolo, con noi si apre. E’ un personaggio straordinario che arriva in tutti gli ambienti con l’innocenza dell’infanzia. Abbiamo voluto dargli spazio e abbiamo affidato il ruolo a una donna, Veronica D’Elia, che se ne va in giro per tutta la storia. 
A lei piace l’uso del dialetto in scena?
Sì, ma il dialetto di Scarpetta è antico, lo capirebbero in pochi. Per fortuna è possibile tradurre senza travisare i suoi concetti e suoi valori e restituirli al pubblico di tutta Italia. Si capisce benissimo che siamo a Napoli. Abbiamo fatto attenzione a non fare razzismo al contrario.
La serie tv L’Amica geniale è stata girata in napoletano. L'ha seguita? 
Certo, ci ha recitato anche mia figlia Valentina. E’ la cartolaia che nella prima puntata vende il libro a Lila e Lenù.
In che modo il testo di Scarpetta diventa attuale nel vostro adattamento?
Uno dei temi di attualità evocati è la tentazione di vendersi per qualcosa che non serve veramente, una tentazione che spinge a essere altro da quello che si è. Non bisognerebbe mai arrivare a prostituirsi, ma ogni giorno sperimentiamo questa possibilità.
Quali sono state le reazioni del pubblico nelle anteprime in provincia?
Il pubblico era entusiasta. Ha trovato i momenti che si aspettava e si è visto arrivare anche altro. E’ stata una bella festa di teatro con tante sorprese. Quest’adattamento è un’opera comica per anime compatibili: sia per chi vuole la tradizione, sia per chi cerca novità. 
Di cosa ci si stupirà?
Il pubblico ci troverà in una fogna coperti da teli della spazzatura. Quando i teli verranno tolti, si scoprirà ciò che era nascosto.
Che reazioni si aspetta dal pubblico napoletano?
A Napoli sarà più dura. Miserie e nobiltà è un repertorio santificato nel tempo. E’ una consuetudine. Non sempre si accetta qualcuno che la cambia. Lo so perché l’ho già partecipato a questo spettacolo nell’adattamento di Geppy Gleijeses. Ero Pasquale e ricordo che una sera arrivò un signore nel camerino e mi disse: “Miseria e nobiltà l’hanno fatto anche al Dopolavoro delle Poste e mio cognato è stato più bravo di lei”. 

Il Mattino - 27/12/2018




mercoledì 9 gennaio 2019

Pinar Selek, la dignità nel racconto della resistenza in Turchia

Pinar Selek non ha mai vissuto la resistenza come una forzatura: sin da piccola aveva capito che “la resistenza è il cardine di una vita felice”. In esilio a Nizza, frugando nei ricordi, a tanti km di distanza dalla sua Istanbul costretta a lasciare dieci anni fa, Pinar ha ritrovato proprio la bambina di 9 anni che, cresciuta in un ambiente culturale di sinistra, vivace e pieno d’amore, già faceva prove di resistenza a scuola e con gli amici. 
Per far partire la narrazione del romanzo autobiografico La casa sul Bosforo (Fandango), infatti, la scrittrice, sociologa e attivista vicina alle minoranze oppresse nel suo paese, colloca la storia in un contesto storico preciso: il colpo di Stato del 12 settembre 1980, data che segna un’intera generazione. Pur avendo solo 9 anni, Pinar ricorda bene il passaggio tra un prima e un dopo. E, da quel momento di transizione che cambia la vita di tutti, comincia a tessere le vicende dei suoi personaggi. Nello svolgersi degli eventi non traspare nostalgia, anzi si avverte un’atmosfera quasi allegra fatta di azioni, perché, come sottolinea la scrittrice, “nonostante la violenza e le ingiustizie che accadevano, intorno a me c’era amore. Tutti facevano qualcosa e si dimostravano affetto anche se soffrivano: è il senso della resistenza”. 



Anche andare in carcere a trovare il padre (recluso per 5 anni) o scrivergli lettere zeppe di domande perché lui aveva sempre “una risposta per tutto”, viene raccontato con dignità. “Da lontano cosa potevo fare? Solo decostruirmi. Faccio parte dell’identità turca dominante ma allo stesso tempo ne sono dissidente” spiega Pinar Selek, esiliata dopo anni di torture in carcere e un inferno giudiziario per l’accusa di complicità con il Pkk. Nel romanzo, ambientato nel quartiere di Yedikule, nella città che già ne La maschera della verità non riusciva a nasconderle i singhiozzi sotto le risa e le cicatrici sotto il trucco, c’è la vita quotidiana che forse non rivivrà più, ma c’è anche il sogno di vedere coabitare in armonia le minoranze armene, curde e greche e di avanzare sulle tracce di una giustizia finora assente. 

Il Mattino - 6/1/2019

domenica 2 dicembre 2018

Quel Gatto 'sardo', reporter di emozioni

Nei reportage, come negli articoli che regolarmente pubblicava su giornali e riviste, il poeta Alfonso Gatto alimentava l'abitudine di considerare gli avvenimenti a cui assisteva o partecipava oltre il tempo della cronaca. Li collocava sempre nel tempo della Storia, un tempo più lungo e paziente che non bruciava gli eventi, anzi li custodiva. 
Grazie a quell’attitudine oggi possiamo leggere le sue prose senza percepirle datate, come nel caso dei reportage che scrisse nel 1955 dopo un viaggio in Sardegna in qualità di inviato del settimanale Epoca, raccolti da Marcello Napoli in Alfonso Gatto e il ‘continente’ Sardegna (Edizioni dell’Ippogrifo). Si tratta di quattro reportage usciti nel luglio dello stesso anno che ci restituiscono un Gatto reporter affascinato dalla “terra ferma ai proverbi”, luogo sospeso tra un pesante passato arcaico e un futuro sul punto di arrivare. 
Il presente che Alfonso Gatto cattura nel suo vagabondare ad Alghero, in Barbagia, tra i villaggi nuragici e i fari della costa, è fatto di umanità. E’ un presente pulsante di vita. Il poeta fa emergere le figure umane che abitano questa “terra antica e seria”, “quasi un continente” come l’aveva definita uno dei suoi compagni di viaggio, il poeta Marcello Serra che accompagnò Gatto su e giù per l’isola con il fotografo Mario De Biasi. I tre furono sempre ben accolti, tant’è che Gatto annota che in Sardegna “qualunque ospite è sempre atteso, e il primo rispetto che si ha per lui è proprio questo di non mostrargli sorpresa”.



Saranno sorpresi, invece, i lettori gattiani più fedeli nel ritrovare in copertina una fotografia che ritrae il poeta dal barbiere, nel momento di farsi rasare, spesso associata al racconto Una barba a Salerno, sua città natale. Con questo libro si scopre che quella foto fu scattata alla Maddalena. 
“I silenzi, il nero dei vestiti delle donne e delle notti, la dignità, l’osservazione senza preconcetti che i delitti in Sardegna sono minori che nella sola città di Milano, dove viveva, rimarranno nella memoria di Gatto anche nella poesia” spiega Marcello Napoli che ha inserito nel volume due poesie presenti in Osteria Flegrea: Funerale sardo e Epigramma sardo, scritte dopo lo stesso viaggio.
Il libro è arricchito anche da altri testi di Gatto legati alla Sardegna: il Diario sardo presente in Napoli N.N., e due recensioni, una dedicata al libro di Marcello Serra, La Sardegna quasi un continente, uscita sul Giornale del Mattino nel 1959, e una sul libro di Antonio Cossu, I figli di Pietro Paolo, pubblicata su L’Unione sarda nel 1967.
Un’altra chicca è la fotografia scattata dallo stesso Gatto nei pressi di uno dei “fari che parlano” che ritrae Mario De Biasi circondato da un coro di donne sorridenti. Anche nel visitare i fari, il poeta cerca l’anima segreta del luogo nella gente che lo abita e, in questo caso, trova “un vecchio sogno da ragazzi”. 
“Nel nostro lavoro di giornalisti – scrive -, capita qualche volta di entrare da personaggi veri in un racconto che da bambini ci parve di sognare”. E così Gatto incontra i fanalisti di Punta Scorno, sull’isola dell’Asinara, che abitano un faro costruito nel 1859, sorpresi di vedere arrivare i tre viaggiatori: “Voi a Punto Scorno siete venuti veramente…”.

Il Mattino - 30/11/2018


venerdì 12 ottobre 2018

Il canto libero delle interpreti arabe

Per smentire il pregiudizio che cristallizza l’immagine delle donne arabe in signore velate, sottomesse e ammutolite, basta dare un’occhiata alla storia della musica araba del ‘900 e scoprire figure femminili emblematiche, lontane dagli stereotipi diffusi in Occidente. Questa storia ci parla di cantanti autorevoli, forti e libere che sono riuscite a tirare fuori la Voce e a essere padrone del loro destino in un mondo arabo più laico, più aperto alla convivenza tra differenze religiose e più sveglio culturalmente di quello attuale



Proprio frugando in questa storia sono stata travolta dall’eccezionalità di alcune Vite e dalla potenza simbolica della Voce che scava e si fa strada, dentro e fuori da sé. Il canto per queste donne nate in società maschiliste e patriarcali è stata un’efficace forma di emancipazione, un modo per prendere la parola da un podio conquistato con il talento e il sudore e parlare non solo al pubblico arabo, ma a tutto il mondo. 
Dalla voglia di raccontare le esistenze esemplari di alcune di loro e di celebrare il potere liberatorio della voce, è nato il ciclo di Vite che non sono la tua, Il canto libero delle interpreti arabe, in onda dal 13 ottobre, alle 14.30, su RadioRai3 in cui incontreremo il mondo della diva egiziana Omm Kulthum, della principessa drusa Asmahan, della cantante tunisina Saliha e della star libanese, ancora vivente, Fairuz
Le loro Voci affioreranno nel flusso narrativo anche attraverso pensieri intimi e frammenti di canzoni grazie alle interpretazioni dell'attrice Patrizia Hartman e alla regia di Ornella Bellucci.


Ecco il piano delle puntate:
sabato 13 ottobre: Omm Kulthum, la Sovrana di tutti 
sabato 14 ottobre: Asmahan, la principessa cantante  
sabato 20 ottobre: Saliha, la leonessa berbera
sabato 21 ottobre: Fairuz, la star solitaria 

questo è il link per ascoltare le puntate e scaricare i podcast

Vite che non sono la tua è un programma a cura di Paola Tagliolini


domenica 26 agosto 2018

Poesia, non potere. La Tunisia del futuro

Da fuori la Cittadella della cultura di Tunisi appare come una scatola chiusa. Le alte e spesse mura che la circondano non permettono di vedere quello che succede dentro. Per scoprirlo bisogna entrarci. Una volta dentro si ha subito l’impressione di trovarsi in una tipica città araba, di quelle che prevedono l’isolamento visuale dello spazio privato, considerato sacro. Oppure in un’antica casa magrebina progettata con la stessa logica: mura intorno e al centro un grande patio su cui si affacciano le porte delle stanze e corridoi che conducono ad altre porte. 
In questa nuova sorprendente megastruttura statale progettata nel 2003 e tanto anelata dai tunisini, prezioso investimento sulla cultura in Nord Africa, ogni porta è un’occasione di fuga dal vuoto, dalla miseria e dalla rassegnazione. Le stanze ospitano sia uffici, sia sale dedicate ad attività culturali di varia natura avviate lo scorso 21 marzo, giorno della sua apertura al pubblico a cui ho partecipato per vedere da vicino la nascita del progetto.
Ci sono voluti 15 anni prima di riuscire a consegnare ai cittadini l’attesa Madinet Ethakafa voluta dall’ex presidente Ben Ali e poi passata nelle mani dei diversi governi che dal 2011 a oggi si sono susseguiti nella Tunisia post-rivoluzionaria. Finalmente ora la Cittadella è una realtà che in soli quattro mesi ha già ospitato centinaia di spettacoli di musica, teatro e danza,  conferenze, mostre e festival di cinema tra cui il neonato Manarat dedicato ai film del Mediterraneo, organizzato da uno staff femminile d’eccellenza. 
Gli spazi per dare forma alle idee in città, dunque, si sono moltiplicati e, anche se con le normali difficoltà di ogni inizio, gli operatori culturali tunisini oggi possono contare su un nuovo Museo d’arte contemporanea, un complesso cinematografico con due sale di proiezione e un Auditorium, studi di produzione televisiva, sale prove, tre teatri tra cui un immenso spazio per l’Opera, la Casa del romanzo e la Cineteca nazionale che, dopo tre mesi di proiezioni tra cui tre eventi sul cinema italiano, inaugurerà ufficialmente il 18 settembre con un ciclo dedicato alla coppia nel cinema tunisino.
“La sfida del progetto è di dare un'anima a spazi progettati in origine per la propaganda e la centralizzazione” spiega il direttore della cineteca, il regista Hichem Ben Hammar


Oltrepassato il maestoso portone dell’ingresso principale che si affaccia su viale Mohamed V, nel cuore della città, e fatti i dovuti controlli con il metal detector che ormai in Tunisia sono pratica quotidiana negli spazi pubblici, lo sguardo dei visitatori si perde nell’ampio spazio che nasconde l’operosità di chi vi lavora per portare avanti i progetti in cantiere, per farne partire altri, o per allestire nuove aree, anche ricreative, e aiutare l’economia locale a rimettersi in moto.
Dopo l’estate verranno aperti negozi, caffè e ristoranti per accogliere i turisti curiosi anche di salire sulla torre con la punta a sfera visibile da lontano. Anche la Casa del romanzo avrà un caffè letterario destinato a studiosi e intellettuali. Da qualche mese questo spazio gestito dallo scrittore e critico Kamel Rihai (del quale è appena stato tradotto in Italia da Francesco Leggio Bisturi per Jouvence), ospita la Biblioteca Bashir Khrayef, dedicata al padre del romanzo tunisino, nata per raccogliere, archiviare e documentare le fonti della letteratura locale. Qui si possono leggere libri rari e antichi di autori tunisini, da Mohmud Messadi ad Ali al-Duagi, ma anche traduzioni di romanzi stranieri in arabo, testi critici introvabili e raccolte poetiche tra cui una pregiata stampa di poesie scritte a mano da Abou el Kacem Chebbi negli Anni ‘30. 
La Casa del romanzo, così come la Cineteca che si occupa di raccogliere, conservare, restaurare e valorizzare il patrimonio cinematografico, lavora per salvare la Memoria del paese. Il bisogno di moltissimi cittadini di combattere terrorismo e fanatismo con azioni culturali e non solo militari e poliziesche, si collega al tentativo che cinefili e scrittori tunisini di tenere vivo il valore della Memoria, in quanto processo di crescita e di emancipazione che consente al paese di proseguire il cammino democratico intrapreso e di continuare a scegliere il proprio futuro. 
Una pulsione verso il passato si avverte nei progetti, ma anche nei discorsi dei giovani, eppure passeggiare in questa immensa struttura che si estende su oltre 9 ettari ancora tutta da inventare, con nelle narici l’odore del cellophane di sedie e scrivanie ancora intatte, fa pensare al nuovo che deve venire. A una scatola vuota da riempire. Al futuro da immaginare e a tante porte d’ingresso che conducono verso i sogni di chi non dimentica che uno spazio di cultura è uno spazio di vita.

Buone Notizie, inserto del Corriere della Sera - 14/8/2018



sabato 4 agosto 2018

Dell'Aleppo che abbiamo conosciuto non rimane piu' nulla

avvertenza: ho scritto questo articolo due estati fa, ma lo ripropongo perché delle sorti di Aleppo e della Siria si parla sempre troppo poco 

Chiunque sia passato per Aleppo, prima di partire ha messo in valigia una scorta delle spesse saponette fatte di un impasto speciale che, in base a un’antica tradizione, mescola olio d’oliva e olio di alloro. Da quattro anni, da quando la città siriana si è trovata al centro di un’atroce guerra civile, la produzione di questo sapone diffuso in tutto il mondo e realizzato nei caravanserragli dei vecchi suq del centro, non si produce più, come non si producono più tappeti, tessuti e accessori in sete pregiate. 
Dell’Aleppo che abbiamo conosciuto non rimane più nulla. La città è oggi completamente distrutta e resa un’immensa distesa di macerie. Lo scenario è raccapricciante. Delle case, i monumenti, le sale da concerti, le sontuose moschee e gli eleganti hotel di quella che era una meravigliosa città araba restano nelle strade solo scheletri di palazzi, pozze di fango, fasci di fili elettrici penzolanti e fumo nell’aria causato dai continui bombardamenti che dal 2012 non sono mai cessati. La cosiddetta "battaglia di Aleppo", intesa come parte della più ampia guerra civile siriana e nodo cruciale dello scontro vista la posizione strategica del secondo centro abitato della Siria, è iniziata il 19 luglio di quattro estati fa, nel 2012, separando la città in due zone tese nel braccio di ferro fra il governo di Assad e i vari gruppi armati di opposizione, tra cui i cosiddetti “ribelli moderati” e gli islamisti radicali dell’Isis. Le forze governative, sostenute dalla Russia e da Hezbollah, si trovano a sud-ovest, i ribelli guidati da Fatah al Sham, il gruppo che rappresenta l’incarnazione di Jabat al Nusra (è stato cambiato il nome alla fazione e rescissa l’alleanza con Al Qaeda), stanziano a est, mentre la parte nord-ovest è controllata dai combattenti curdi dell’YPG (People’s Protection Units) a difesa dei quartieri curdi della città che combattono in alleanza con milizie assire (siriaci cristiani), arabe, turcomanne e armene, nel Syrian Democratic Forces (SDF) sostenuta dagli USA, per pressare i gruppi islamisti che si trovano a nord. 




Dal 2012 a oggi la vita per i civili è andata via via peggiorando. Molte testimonianze di atrocità subite dalla popolazione sono state riportate dal rapporto pubblicato a maggio 2015 da Amnesty International dal titolo “Morte ovunque: crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani ad Aleppo” in cui emergono orrori di ogni tipo fino alla necessità di vivere sottoterra per proteggersi sia dai “barili bomba”, imputati al regime, riempiti di tritolo, benzina e pezzi di metallo lanciati da elicotteri a casaccio “per distruggere più che per colpire il nemico”, sia dai razzi con bombole di gas chiamati "cannoni dell'inferno” attribuiti ai ribelli.
“Le bombe ci inseguono ovunque. Tutto è distrutto e senza vita. Le cose più semplici della vita come bere e mangiare sono diventate difficilissime” aveva scritto un ragazzo di Aleppo di 36 anni in una lettera spedita lo scorso febbraio a Rabi Bana, attivista per i diritti umani, suo concittadino e compagno d’infanzia, riuscito a lasciare Aleppo alla fine del 2012 e a lavorare a Beirut e in Turchia per una ong internazionale che sostiene la società civile siriana. L’allarme Onu di ieri conferma la necessità immediata di una tregua umanitaria. 
Lo scorso 24 luglio è stato colpito il deposito con le razioni di cibo delle Nazioni Unite e la maggior parte è andata distrutta. Dal 2012 a oggi sono stati annientati interi quartieri, mercati, ristoranti, stazioni di bus, moschee, ospedali e centri medici. Lo scorso 23 luglio sono stati colpiti sette ospedali da campo e una banca del sangue allestiti in città. A maggio era stato già distrutto l'ospedale Al-Dabbeet, situato nel quartiere di Muhafaza, mentre il 28 aprile era stato attaccato l'ospedale al-Quds, sostenuto da Medici Senza Frontiere (MSF), dove tra le 14 vittime sono morti anche due medici e tra questi Mohammed Wasim Moaz, 36 anni, l'ultimo pediatra rimasto ad Aleppo. 
Scenari di orrore si sono verificati anche nelle scuole come quella di Ain Jalut attaccata da missili sia nel 2013, sia nel 2014, causando innumerevoli morti che, insieme a detenzioni arbitrarie, torture in carcere, sparizioni forzate e decapitazioni come quella del bambino di 12 anni ad Handarat lo scorso 19 luglio, fanno di Aleppo la città più devastata della Siria, una vera città martire dove da quattro anni si assottiglia sempre più ogni speranza di sopravvivenza anche se ancora qualcuno prova a coltivare un piccolo orto sul tetto della propria casa come segno di vita. 

Il Mattino - 19 luglio 2016