domenica 8 settembre 2019

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio” scriveva il poeta Alfonso Gatto in uno dei suoi quaderni d’appunti degli anni compresi tra il 1964 e il 1971, recentemente ritrovati dai familiari e pubblicati da Nino Aragno Editore.
Un invito al gioco per assaporare la serietà delle cose della vita che mi sembra l’aforisma giusto per darvi il benvenuto in questo blog che nasce sotto una stella gattiana e riprende il nome di una rubrica che il poeta tenne tra il 1957 e il 1958 su La Fiera Letteraria.

Raccogliendo la sua felice intuizione di portare piccoli eventi quotidiani nella dimensione del piacere, userò questo spazio per condividere uno sguardo sul presente e aprire finestre su mondi sconosciuti o angoli nascosti di luoghi e persone. Senza mai dimenticare la lezione del maestro che per le sue Cronache del piacere (raccolte in un numero monografico della rivista Sinestesie curata da Epifanio Ajello) si abbandonava a flussi di pensieri, confidenze ardite, indignazioni urlate, parlotti irrequieti alimentando "quell'abitudine di considerare oltre il tempo della cronaca che brucia gli avvenimenti, un tempo più lungo, più paziente; quello della Storia".
Forse, come quelle di Alfonso Gatto, anche queste cronache saranno scritture sparpagliate. Tenteranno però di avere un filo conduttore: la sorpresa. Perché, come scrisse Anna Maria Ortese, “la cosa più sorprendente del mondo, via via che i decenni e poi i secoli trascorrono, rimane sempre, a ben pensarci, l’assenza di sorpresa…”.
Il piacere qui non sarà inteso come unica via possibile, né come obbligo, né come colpa, ma come modo per celebrare la straordinarietà di essere nati e di esistere. Animare questo blog, quindi, è un tentativo di dare corpo all’evanescenza del vivere e, come specificò Alfonso Gatto, “queste Cronache del piacere s’impuntano sull’impertinenza di lasciare almeno ai figli la tecnica della libertà”. 

sabato 7 settembre 2019

Oblivion: dal manicomio di San Servolo vite tirate fuori dall'oblio

La fotografia di Rino Bianchi non è solo documentazione e testimonianza, ma rappresenta quel prezioso tipo di narrazione che illumina il lato oscuro del mondo. L’attitudine alla ricerca, alla valorizzazione del dettaglio e alla costruzione di storie impregnate di domande è particolarmente evidente nel lavoro svolto per il progetto WATERLINES, residenze letterarie e artistiche a Venezia, concretizzato nel volume Oblivion
Una sequenza di fotografie in bianco e nero, anticipate da un poema della scrittrice etiope-americana Maaza Mengiste, ci porta sull’isola di San Servolo, all’interno dell’ospedale psichiatrico attivo da metà 800 fino al 1978 (anno dell’approvazione della Legge Basaglia), nel quale furono internati anche molti cittadini di origine ebraica. Il lavoro di Rino Bianchi si concentra proprio su di loro perché, passeggiando sull’isola, si imbatte in una pietra di inciampo su cui legge: “11 ottobre 1944. Da questo ospedale furono deportati 6 pazienti ebrei assassinati nei lager nazisti”, elemento che scatena in lui il bisogno di capire perché i nomi di questi uomini siano stati omessi. 
Comincia così la sua ricerca mirata a tirare fuori dall’oblio le vite di questi pazienti. Nell’archivio dell’ex manicomio trova le cartelle cliniche dei sei “malati” poi deportati nel campo di concentramento di Auschwitz e ce le mostra posizionandoci di fronte alla Storia. Costruisce una narrazione che si sviluppa mettendo a fuoco e tessendo alcune parole chiave che hanno segnato il destino di queste persone: in primis “povero” e “israelita”. 




Rino Bianchi fruga nella Memoria collettiva e riesce a svelare i loro nomi e la loro condizione di partenza prima di essere etichettati “pazzi”. E grazie alla forza della fotografia, riporta alla luce anche i loro volti, immortalati sulle cartelle cliniche in alto a sinistra, di fianco ai dati anagrafici, come veniva fatto di consueto sin dal 1857. 
L’introduzione della fotografia nel manicomio maschile di San Servolo avvenne su iniziativa di padre Prosdocimo Salerio, direttore della struttura fino al 1877, e diventò con il tempo un vero genere, la cosiddetta “fotografia manicomiale veneziana”, che prese piede nel 1882 anche nel vicino manicomio femminile di San Clemente. 
Ai pazienti veniva fatto un ritratto fotografico sia quando entravano, sia quando uscivano dalla struttura, momento in cui erano messi in posa con degli “abbellimenti” (giacche eleganti, copricapi, cravatte, papillon, fiori) per mostrare un cambiamento che doveva essere interpretato come la loro “guarigione”. 
Questo uso della fotografia, che ricorda le pratiche dei nazisti nei lager, sviliva il suo ruolo sacro di portatrice di verità e la conduceva in un territorio ambiguo e strumentale trasformandola in ingannatrice. Territorio distante e opposto a quello abitato da Rino Bianchi che, per restituire un racconto illuminante, ha cercato un contatto con la verità storica e con le relazioni le leggi razziali e al contempo ha provato a toccare l’anima di questo luogo doloroso e triste che già a fine Ottocento era stato fotografato da Oreste Bertani, uno degli esponenti più importanti della fotografia manicomiale. 
Per Rino Bianchi, in questi edifici oggi restaurati, “ogni cosa vive in una sorta di limbo: visibile, invisibile. Ecco, credo che la fotografia possa aiutare a disvelare, a rendere l'invisibile visibile. Far sì che la verità superi le credenze”. 
Il volume Oblivion, che nel retro offre anche un altro lavoro fotografico dell’autore dedicato alla Venezia odierna, Controcanti, acquista una rilevanza maggiore in vista del 75’ anniversario della deportazione ebraica dagli ospedali psichiatrici di Venezia, tra cui quella di San Servolo dell’11 ottobre 1944. 
Dall’esame delle cartelle cliniche dei sei “malati” non nominati sulla mattonella di inciampo non possiamo evincere che si sia trattato di ricoveri organizzati nella speranza di nascondersi e sfuggire all’arresto, anche se forse in un paio di casi si può ipotizzare, ma sembra che la maggior parte dei pazienti vivesse momenti drammatici causati dagli anni di persecuzione e dai conseguenti disagi economici tali da produrre cedimenti psichici. Anche semplici depressioni. E, come scrive Maaza Mengiste, “Ecco come inizia un viaggio: / con un dispiegarsi e un innalzarsi, / un incendio e una spirale lenta e infinita nell'oblio”.


L'Immaginazione, luglio-agosto 2019


venerdì 3 maggio 2019

I tormenti parigini del giovane Kavafis

Costantino Kavafis ha vissuto quasi tutta la vita ad Alessandria d’Egitto. Amava la città dov’è nato da una ricca famiglia greca, ma al contempo, sin da ragazzo, sentiva una pulsione a “cancellarla dalla sua mente per poter scrivere”. Sentiva il bisogno di allontanarsene e cercare nuovi orizzonti perché quella città “lo aveva prosciugato”, tanto che un breve viaggio a Parigi fatto all’età di 34 anni diventa per lui un’occasione per scandagliare questo tormento. 



Nella biofiction dedicata alla giovinezza del poeta, Cosa resta della notte (Nottetempo, traduzione di Andrea di Gregorio), la scrittrice greca Ersi Sotiropoulos ricostruisce e rielabora proprio i tre giorni trascorsi da Kavafis nella capitale francese nel giugno 1897, al termine di un lungo viaggio in Europa, prima del ritorno ad Alessandria. Sono giorni cruciali per lui. Il poeta è in crisi e si aggira inquieto ed euforico tra i boulevard, i caffè e gli alberghi, perseguitato da fantasmi erotici, ossessioni e l’estenuante ricerca della sua più profonda ispirazione poetica. 
Tre le luci e le ombre di Parigi, nel suo animo si enfatizza l’insofferenza per il provincialismo asfissiante alessandrino e si sente inseguito dal luogo natio, sensazione che ritroviamo nei versi de La città: “Non troverai nuove terre, non troverai altri mari. / Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade / girerai. Negli stessi quartieri invecchierai; / e in queste stesse case imbiancherai”. Un immaginario che in seguito ribalterà completamente fino a lasciare ai posteri “Itaca”, elogio al viaggio anziché alla meta, suo capolavoro scritto 14 anni dopo il soggiorno parigino, a 48 anni. 
Il libro di Ersi Sotiropoulos (Prix Méditerranée Étranger 2017), acquista importanza nel panorama letterario proprio perché non si concentra sulla figura pubblica, ma sulla poco conosciuta travagliata vita interiore del poeta destinato a diventare famoso in tutto il mondo soprattutto post-mortem per il celebre incipit: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e in esperienze”. 
In Cosa resta della notte si incontra il Kavafis più intimo, con le sue fragilità e gli amori omosessuali tra cui l’innamoramento per un ballerino russo. Pagina per pagina, si cammina con lui per Parigi, di fianco a carrozze e cocchieri, si sta in sua compagnia nelle conversazioni con il fratello John e nell’esplorazione di una città scossa dal caso Dreyfus e, in ogni gesto e in ogni scelta, si sente l’eco dei suoi versi e dei desideri più segreti. Il suo è un procedere lento, tra passato e presente. E’ uno scoprire sé stesso e il suo riflesso in una terra feconda per l’arte e per l’ispirazione che fu un seme per le sue opere future. 

Il Mattino - 28/04/2018



domenica 7 aprile 2019

La Voce degli Alberi

Ogni volta che entro in un bosco vengo assalita da una sensazione che contiene insieme l’ignoto e il familiare. Mi sento a casa e al contempo in un luogo sconosciuto che per istinto, però, mi attrae e risveglia in me memorie antiche, ancestrali, sommerse. Memorie che mi trasportano in contatto profondo con la natura. Sono quasi echi di un passato lontano e di un legame intimo, forse perduto e da ritrovare. 
Per questo ogni volta che ne ho l’occasione, non solo cerco queste memorie ma mi avvicino al mondo vegetale umanizzandolo, recuperando la naturalezza con cui da bambina abbracciavo gli alberi e parlavo con loro, allo stesso modo in cui aveva fatto Tiziano Terzani che, per spiegare al nipote che le piante hanno vita, aveva messo gli occhi a un albero. 
Un ribaltamento di punto di vista e una consapevolezza che oggi acquistano maggiore pregnanza grazie agli studi dello scienziato Stefano Mancuso che, con il laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, ha offerto una nuova prospettiva per guardare al mondo vegetale, una visione lontana dall’antropocentrismo. Mancuso ci aiuta a chiederci cosa sentono le piante. Ci dimostra che sono “intelligenti”, che hanno quindici sensi (dieci più di noi) e che, anche se non possiedono un cervello, godono di un’intelligenza distributiva che permette loro di comunicare dalle radici alla chioma e viceversa, ma anche da una radice all’altra e da una foglia all’altra. 




Quando ho scoperto che nel bosco di Piegaro, in provincia di Perugia, era stato avviato un esperimento dal nome Tree Talker in cui scienziati, ricercatori e dottori forestali si mettevano in ascolto degli alberi, ho acquistato un paio di scarpe adatte per camminare nel fango, ho contattato gli sviluppatori del progetto e ho raggiunto l’area dove sul tronco di 36 esemplari sono stati collocati dei sensori capaci di rivelarci lo stato di salute della pianta.
Sono partita per Piegaro per incontrare questi alberi e per sentite la loro voce che grazie all’esperimento Tree Talker ci arriva concreta e sapiente, astratta ma evocativa. La loro è una lingua nuova ma familiare, una lingua speciale, forse quella del futuro. Una lingua che contiene i dati necessari agli studiosi per capire quanto le piante risentano del riscaldamento globale. 
Le piante sono sentinelle nella lotta contro il cambiamento climatico perché ci comunicano la fragilità degli ecosistemi in cui crescono e ci ricordano che mentre loro possono vivere senza noi uomini, noi senza di loro ci estingueremo in breve tempo. Ce lo spiega bene il dottore forestale Antonio Brunori, segretario generale del Pefc Italia, una ong che si occupa di gestione sostenibile delle foreste e delle sue filiere che, insieme al Centro Euro Mediterraneo sui cambiamenti climatici, sta sviluppando il progetto Tree Talker.
Con Antonio Brunori, protagonista dell’audio-documentario La voce degli alberi in onda per Tre Soldi su RaiRadio3 dall'8 al 12 aprile 2019, ascoltiamo le prime elaborazioni sonore dell’esperimento (link per ascoltare e scaricare i podcast delle puntate)
Quello che i ricercatori analizzano è una sorta di elettrocardiogramma acustico. Il loro lavoro consiste nel trasformare in impulsi sonori i dati che la pianta invia al server dell’esperimento grazie ai sensori collocati sul tronco, dati che riguardano il carbonio assorbito, la crescita in diametro, la condizione delle foglie e i flussi d’acqua. 
L’effetto è sbalorditivo. Ascoltare la voce degli alberi che soffrono di fronte alla bellezza suprema della natura, all’umiltà del seme e alla modestia delle piante può aiutare in quella difficile pratica per l’essere umano che è il ridimensionamento del proprio Ego e, al contempo, riportare alla memoria quella malinconia che Anna Maria Ortese definiva albale, quel “vivere all’alba”, in un mondo originario dove ancora era intatta “la speranza del futuro”. 

#1 - (8 aprile) – L’ingresso nel bosco di Piegaro con il dottore forestale Antonio Brunori e gli zoologi Cristiano Spilinga ed Emi Petruzzi dello studio naturalistico Hyla
#2 - (9 aprile) – I sensori dell’esperimento Tree Talker e le risonanze degli studi del musicista e compositore Federico Ortica 
#3 - (11 aprile) – Gli animali che abitano il bosco di Piegaro
#4 - (12 aprile) – La voce degli alberi: i primi risultati dell’esperimento Tree Talker




mercoledì 3 aprile 2019

Joumana Haddad, la poesia del corpo

Per la poetessa libanese Joumana Haddad «la scrittura è un atto fisico». 
«Scrivo con la mente, con il corpo, con le unghie - dice - Trovo una sorta di erotismo nello scrivere e lo vivo come un atto sessuale, tanto concreto quanto astratto; un atto d’amore completo, non solo cerebrale». Definita «la voce trasgressiva del Libano» per i suoi testi poetici e in prosa provocatori, in cui la sessualità è trattata senza inibizioni per rompere lo stereotipo della donna araba schiava dell’universo maschile, Joumana ha preparato il suo nuovo «urlo di libertà» per rivendicare l’esistenza del corpo. Si tratta di una rivista trimestrale dedicata alla via dei sensi dal titolo Jasad (www.jasadmag.com), in arabo Corpo, auto-prodotta e distribuita dal mese di ottobre nelle librerie del Libano e per abbonamento negli altri Paesi arabi. 



Il periodico, primo nel suo genere nel mondo arabo, esplora, attraverso i linguaggi della saggistica, la letteratura e la poesia, argomenti legati all’arte, i bisogni e i desideri del corpo: dall’erotismo all’omosessualità, dal cannibalismo all’automutilazione, dalla pornografia al sufismo, tutti argomenti scomodi per la tradizione islamica. «Scrivo del corpo perché il corpo esiste - dice la poetessa -. Nel mondo arabo, purtroppo, lo abbiamo velato e nascosto e di questo dobbiamo vergognarci. Non condivido i lamenti delle donne musulmane sottomesse dagli uomini: sono loro che educano i figli maschi con questi valori. La condizione in cui si trovano è una conseguenza del loro comportamento». 
Joumana è nata nel 1970 a Beirut dove vive e lavora come responsabile delle pagine culturali del quotidiano AlNahar. Non le piace cucinare, ama ballare, ridere di se stessa, bere whisky e allenarsi con la boxe. Al suo secondo matrimonio, ha scelto di non vivere con il marito perché crede «nel principio delle case separate». Si sente una leonessa che divora la vita e il suo modello di donna è Lilith, compagna di Adamo prima di Eva. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo, anche in Italia dove si è fatta conoscere con il racconto I Mocassini, pubblicato in un’antologia curata da Valentina Colombo per Mondadori. A gennaio 2009 uscirà in italiano una raccolta di su epoesie dal 1997 a oggi dal titolo Adrenalina per Edizioni del Leone. Joumana non ha mai avuto paura di trattare temi censurati nel suo Paese e, nonostante abbia già ricevuto molti insulti e minacce da parte di estremisti e fondamentalisti anche per Jasad, va avanti nella sua «battaglia per la libertà e la verità che passa attraverso il corpo». 
«La mia più grande vittoria sono i commenti delle donne. Mi dicono: grazie per averci regalato un soffio di forza!».

Venerdì di Repubblica - 3/10/2008


sabato 12 gennaio 2019

Lello Arena: "Miseria e nobiltà, il conflitto parte dallo scantinato"

In uno scantinato simile a una discarica dove si nascondono istinti e rifiuti e sul quale si ergono le fondamenta di un palazzo che evocano le sbarre di un carcere, si muovono i personaggi del nuovo adattamento della celebre commedia di Eduardo Scarpetta Miseria e nobiltà firmato dal regista Luciano Melchionna insieme a Lello Arena che indossa i panni di Felice Sciosciammocca
Per enfatizzare l’odierna miseria dei sentimenti e la spasmodica e diffusa fame di relazioni e affetti, lo spettacolo che ha debuttato al Teatro Eliseo a Roma il 27 dicembre (coproduzione Teatro Eliseo, Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro con Tunnel produzioni), conduce nell’oscurità e rimanda al mondo sotterraneo dei topi affamati di cibo e di vita che, una volta “travestiti da cani e gatti”, sgomiteranno per salire alla luce del sole del palazzo nobiliare. Il regista ha lavorato “asciugando e togliendo il colore nel rispetto delle ombre di Scarpetta, ombre potenti che trascinano i corpi, senza usare inutili effetti speciali per attualizzare il testo”. E gli attori lo hanno seguito nella sfida, dalla scelta dei “travestimenti” con costumi moderni, tetri e inattesi all’uso dell’italiano, solo sporcato di tanto in tanto di napoletano.    




Lello Arena, come sarà il suo Felice Sciosciammocca?
Se pensa che lo hanno interpretato Totò, Eduardo De Filippo, Vincenzo Scarpetta e che lo stesso Eduardo Scarpretta l’ha scritto per se, scatta l’unico pensiero possibile: quello della creatività. Abbiamo cercato di evitare che fosse troppo distante dal già visto, ma non potevamo prendere in prestito dal passato. E’ stato necessario inventarsi una strada nuova. 
Che strada avete preso?
Luciano si è preso la briga di fare la traduzione in italiano del testo e solo dopo di sporcarlo un po’ con il dialetto. Abbiamo puntato sul far esplodere cariche narrative. Per esempio il personaggio di Peppeniello che di solito è stato usato per far debuttare i figli d’arte perché è un ruolo piccolo, con noi si apre. E’ un personaggio straordinario che arriva in tutti gli ambienti con l’innocenza dell’infanzia. Abbiamo voluto dargli spazio e abbiamo affidato il ruolo a una donna, Veronica D’Elia, che se ne va in giro per tutta la storia. 
A lei piace l’uso del dialetto in scena?
Sì, ma il dialetto di Scarpetta è antico, lo capirebbero in pochi. Per fortuna è possibile tradurre senza travisare i suoi concetti e suoi valori e restituirli al pubblico di tutta Italia. Si capisce benissimo che siamo a Napoli. Abbiamo fatto attenzione a non fare razzismo al contrario.
La serie tv L’Amica geniale è stata girata in napoletano. L'ha seguita? 
Certo, ci ha recitato anche mia figlia Valentina. E’ la cartolaia che nella prima puntata vende il libro a Lila e Lenù.
In che modo il testo di Scarpetta diventa attuale nel vostro adattamento?
Uno dei temi di attualità evocati è la tentazione di vendersi per qualcosa che non serve veramente, una tentazione che spinge a essere altro da quello che si è. Non bisognerebbe mai arrivare a prostituirsi, ma ogni giorno sperimentiamo questa possibilità.
Quali sono state le reazioni del pubblico nelle anteprime in provincia?
Il pubblico era entusiasta. Ha trovato i momenti che si aspettava e si è visto arrivare anche altro. E’ stata una bella festa di teatro con tante sorprese. Quest’adattamento è un’opera comica per anime compatibili: sia per chi vuole la tradizione, sia per chi cerca novità. 
Di cosa ci si stupirà?
Il pubblico ci troverà in una fogna coperti da teli della spazzatura. Quando i teli verranno tolti, si scoprirà ciò che era nascosto.
Che reazioni si aspetta dal pubblico napoletano?
A Napoli sarà più dura. Miserie e nobiltà è un repertorio santificato nel tempo. E’ una consuetudine. Non sempre si accetta qualcuno che la cambia. Lo so perché l’ho già partecipato a questo spettacolo nell’adattamento di Geppy Gleijeses. Ero Pasquale e ricordo che una sera arrivò un signore nel camerino e mi disse: “Miseria e nobiltà l’hanno fatto anche al Dopolavoro delle Poste e mio cognato è stato più bravo di lei”. 

Il Mattino - 27/12/2018




mercoledì 9 gennaio 2019

Pinar Selek, la dignità nel racconto della resistenza in Turchia

Pinar Selek non ha mai vissuto la resistenza come una forzatura: sin da piccola aveva capito che “la resistenza è il cardine di una vita felice”. In esilio a Nizza, frugando nei ricordi, a tanti km di distanza dalla sua Istanbul costretta a lasciare dieci anni fa, Pinar ha ritrovato proprio la bambina di 9 anni che, cresciuta in un ambiente culturale di sinistra, vivace e pieno d’amore, già faceva prove di resistenza a scuola e con gli amici. 
Per far partire la narrazione del romanzo autobiografico La casa sul Bosforo (Fandango), infatti, la scrittrice, sociologa e attivista vicina alle minoranze oppresse nel suo paese, colloca la storia in un contesto storico preciso: il colpo di Stato del 12 settembre 1980, data che segna un’intera generazione. Pur avendo solo 9 anni, Pinar ricorda bene il passaggio tra un prima e un dopo. E, da quel momento di transizione che cambia la vita di tutti, comincia a tessere le vicende dei suoi personaggi. Nello svolgersi degli eventi non traspare nostalgia, anzi si avverte un’atmosfera quasi allegra fatta di azioni, perché, come sottolinea la scrittrice, “nonostante la violenza e le ingiustizie che accadevano, intorno a me c’era amore. Tutti facevano qualcosa e si dimostravano affetto anche se soffrivano: è il senso della resistenza”. 



Anche andare in carcere a trovare il padre (recluso per 5 anni) o scrivergli lettere zeppe di domande perché lui aveva sempre “una risposta per tutto”, viene raccontato con dignità. “Da lontano cosa potevo fare? Solo decostruirmi. Faccio parte dell’identità turca dominante ma allo stesso tempo ne sono dissidente” spiega Pinar Selek, esiliata dopo anni di torture in carcere e un inferno giudiziario per l’accusa di complicità con il Pkk. Nel romanzo, ambientato nel quartiere di Yedikule, nella città che già ne La maschera della verità non riusciva a nasconderle i singhiozzi sotto le risa e le cicatrici sotto il trucco, c’è la vita quotidiana che forse non rivivrà più, ma c’è anche il sogno di vedere coabitare in armonia le minoranze armene, curde e greche e di avanzare sulle tracce di una giustizia finora assente. 

Il Mattino - 6/1/2019