lunedì 16 agosto 2021

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio” scriveva il poeta Alfonso Gatto in uno dei suoi quaderni d’appunti degli anni compresi tra il 1964 e il 1971, recentemente ritrovati dai familiari e pubblicati da Nino Aragno Editore.
Un invito al gioco per assaporare la serietà delle cose della vita che mi sembra l’aforisma giusto per darvi il benvenuto in questo blog che nasce sotto una stella gattiana e riprende il nome di una rubrica che il poeta tenne tra il 1957 e il 1958 su La Fiera Letteraria.

Raccogliendo la sua felice intuizione di portare piccoli eventi quotidiani nella dimensione del piacere, userò questo spazio per condividere uno sguardo sul presente e aprire finestre su mondi sconosciuti o angoli nascosti di luoghi e persone. Senza mai dimenticare la lezione del maestro che per le sue Cronache del piacere (raccolte in un numero monografico della rivista Sinestesie curata da Epifanio Ajello) si abbandonava a flussi di pensieri, confidenze ardite, indignazioni urlate, parlotti irrequieti alimentando "quell'abitudine di considerare oltre il tempo della cronaca che brucia gli avvenimenti, un tempo più lungo, più paziente; quello della Storia".
Forse, come quelle di Alfonso Gatto, anche queste cronache saranno scritture sparpagliate. Tenteranno però di avere un filo conduttore: la sorpresa. Perché, come scrisse Anna Maria Ortese, “la cosa più sorprendente del mondo, via via che i decenni e poi i secoli trascorrono, rimane sempre, a ben pensarci, l’assenza di sorpresa…”.
Il piacere qui non sarà inteso come unica via possibile, né come obbligo, né come colpa, ma come modo per celebrare la straordinarietà di essere nati e di esistere. Animare questo blog, quindi, è un tentativo di dare corpo all’evanescenza del vivere e, come specificò Alfonso Gatto, “queste Cronache del piacere s’impuntano sull’impertinenza di lasciare almeno ai figli la tecnica della libertà”. 

domenica 15 agosto 2021

Lettere tra due mari: quel dialogo tra gli oceani

Non esiste niente di più urgente oggi di comprendere la relazione tra uomo e natura, come non c’è nulla più necessario di una letteratura e una poesia capaci di spronare i lettori a interrogarsi sulle possibilità di questa relazione. Tra i libri più originali che si muovono in questa dimensione c’è Lettere tra due mari di Ranva Hjelm Jacobsen, pubblicato in Italia da Iperborea (traduzione di Maria Valeria D’Avino) con illustrazioni di Dotre Naomi. 

La scrittrice danese, già nota in Italia per il romanzo Isola ambientato nelle isole Fær Øer, luogo d’origine di parte della sua famiglia, prende il punto di vista di due mari, l’Atlantico e il Mediterraneo, decide di dar loro il sesso femminile e di farle dialogare attraverso una serie di lettere scritte con un linguaggio che mira a cercare un punto di intersezione tra prosa e poesia. 

Le protagoniste di breve libro da molti percepito come un “manifesto idro-femminista” sono due sorelle: Atlantica e Mediterranea. Atlantica è la maggiore, ha centottanta milioni di anni. È anziana e burbera anche se conserva ancora un po' di tenerezza e tanta saggezza. Mediterranea ha cinque milioni di anni. È giovane e sensibile e vive diversi subbugli emotivi. Mediterranea cerca conforto e si confida con Atlantica. In una delle prime lettere scrive: “È sempre più difficile, sorella. Non sono più io. Mi riempiono ogni giorno di cose estranee e inanimate, me le ficcano dentro. Sarà una forma di vendetta?”. 

Mediterranea soffre per la plastica e rifiuti inquinanti che vengono riversati nelle sue acque e non è serena neanche per il riscaldamento dei mari causato dai cambiamenti climatici. In un’altra lettera scrive: “Mi sento strana. Ho la fronte che scotta, il vestito mi si incolla addosso e sono colma di sogni irrequieti”. 

In un’altra ancora lamenta di essere stanca per via dell’estate e del traffico di uomini che lei chiama “creature”. 

“Le creature mi attraversano di continuo nei loro baccelli, troppe in un baccello solo. Le ascolto affondare a banchi” scrive e poi aggiunge: “Quando un baccello delle creature si spacca, ci rifletto. Le creature muoiono con una facilità sorprendente”. Qui il riferimento è alla migrazione e alla sofferenza degli uomini che affidano al mare le ultime speranze.  

“Quanto alle creature: sento il tuo dolore” risponde Atlantica alla giovane Mediterranea sconsolata che non riesce a non struggersi per il destino degli uomini, ma il suo è uno sguardo diverso sul mondo. È più distaccato, è disincantato. Lo dice chiaramente: “È da molto tempo che provo una profonda indifferenza per la vita sulla terra”. 

In comune i due mari, però, hanno un grande senso di nostalgia per le altre sorelle dalle quali sono state separate nel momento in cui la terra eruppe nel pianeta, quando era ancora “un’unica, felice distesa d’acqua”. E, insieme, Atlantica e Mediterranea hanno un piano: tornare a essere quell’immensa e pacifica distesa d’acqua. 

“Cara sorella, tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo” scrive Atlantica. Ma Mediterranea è invasa da dubbi. Trova questa idea “desolata”. In fondo è affezionata alla Terra e alle “creature”. Addirittura ripensa a Icaro, il fanciullo che osò volare fino al sole e cadde in mare e che lei accolse e che ancora considera come un figlio. 

“Il ricordo di Icaro mi rende molto triste e confusa” scrive e fa sentire anche noi lettori spettatori dell’annegamento di Icaro e, al contempo, tutti coinvolti sull’avvenire della Terra, così come inondati da un’improvvisa consapevolezza dell’importanza degli oceani e soprattutto del nostro essere parte della natura. Ranva Hjelm Jacobsen sembra dirci che non abbiamo più scelta. Siamo messi alle strette. Ognuno di noi è obbligato a inventarsi un modo per relazionarsi con l’ambiente che ci circonda e a rispettarlo come dovrebbe essere per ogni rapporto d’amore. 

Il Mattino - 7 agosto 2021


L'oscuro fascino del faro nel libro di Jazmina Barrera

Il primo faro Jazmina Barrera l’ha visto in sogno. “Da bambina, quando non conoscevo ancora i fari, ne ho sognato uno; era abbandonato e lontano dalla costa” scrive all’inizio del suo originale Quaderno dei fari (La Nuova Frontiera - traduzione di Federica Niola), un libro a metà tra il saggio letterario e il diario di bordo della sua personale ossessione per i fari. 

Jazmina Barrera è nata e vive a Città del Messico, quindi lontana da mare, scogliere e porti, eppure il suo sguardo è sempre stato rivolto ai fari finché ha iniziato collezionarli girando per il mondo per vederli da vicino ed entrarci dentro, ben consapevole che “collezionare fari è di per sé un’utopia”. 

In Quaderno dei fari la giovane autrice svela le sue debolezze ammettendo di sentirsi spesso alla deriva. “Forse è vero che mi piacciono i fari perché sono disorientata” dichiara prima di manifestare anche uno dei suoi desideri più inconsci: “Vorrei trasformarmi in un faro: freddo, insensibile, solido, indifferente. Quando vedo i fari mi pare davvero di potermi pietrificare e godere della pace assoluta delle rocce”. 

L’interesse di Jazmina Barrera per i fari, giganti con un occhio solo, ha dunque orientato la sua vita di ricercatrice ed editor. L’ha condotta a trascorre molto del suo tempo ad esplorare mari e coste al confine tra civiltà e natura, ma al contempo l’ha portata a contatto con pagine indimenticabili che grandi autori hanno dedicato alle lighthouses, “case della luce”, da Omero a Walter Scott passando per gli Stevenson, Lawrence Durrell, Virginia Woolf fino a Edagr Allan Poe che non terminò il racconto Il faro

Jazmina Barrera offre delle tappe da percorrere e ripercorrere. Porta il lettore con sé ad ammirare i fari più amati, da quello di Cape Elizabeth, nel Maine, che Edward Hopper dipinse nel 1927, a quello di Montauk Point, a nord est di Long Island, che è stato il primo faro eretto negli Stati Uniti per volontà di George Washington dal 2012 diventato un museo, dal “piccolo faro rosso” costruito su una punta di terra detta Jeffrey's Hook, che si affaccia sul fiume Hudson, a New York, fino ai fari leggendari come quello di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo, distrutto dopo i terremoti del 1303 e del 1323, a quello di Godrevy Island, in Cornovaglia, che avrebbe ispirato il meraviglioso romanzo di Virginia Woolf  Al faro

“È difficile parlare degli argomenti associati ai fari: la solitudine o la follia. Noi che ci proviamo, non possiamo che accettare di essere stucchevoli” sottolinea l’autrice messicana prendendo in considerazione una trappola nella quale per fortuna lei non è caduta. La sua voce narrante è limpida, colta e mossa dal desiderio infantile del collezionare come forma di evasione, di divertimento. Il faro per Jazmina Barrera è l’opposto al pozzo. È luce. È direzione. È l’orientamento di cui ognuno ha bisogno dei momenti di smarrimento. 

Il suo narrare, infatti, non risulta stucchevole. Al contrario riesce a far nascere nel lettore il desiderio di quella solitudine pacifica che hanno cercato e provato i vecchi guardiani dei fari, naufraghi per scelta. “Che sia un uomo in fuga da un passato oscuro, o in cerca di un rifugio nella solitudine fisica da quella che si porta dentro, il guardiano del faro sceglie il proprio esilio” specifica l’autrice che, in altri tempi, sarebbe stata un’ottima guardiana. 

“A qualcuno piace guardare dentro i pozzi. A me fa venire le vertigini – scrive -. Ma con i fari smetto di pensare a me stessa. Mi allontano nello spazio e vado in luoghi remoti. Mi allontano anche nel tempo, verso un passato che so di idealizzare, in cui la solitudine era più semplice”.

Oggi i fari sono in disuso, alcuni abbandonati al lento deterioramento, altri destinati a nuove funzioni, ma ne restano le memorie e le leggende e resta questo bel testo che restituisce loro dignità, bellezza e luce.


Il Mattino - 1 agosto 2021

lunedì 14 giugno 2021

Anne Sexton, quei versi che urlano ancora aiuto

 Le poesie di Anne Sexton ci arrivano ancora oggi come un urlo, l’urlo di una donna che implora aiuto per non farsi addomesticare, per proteggere l’istinto e per sfuggire a una vita rinchiusa nei ruoli di moglie e madre perfetta. In quest’urlo c’è anche il tentativo di adattarsi a una vita tradizionale e alle regole di una società bigotta e conformista e c’è l’impossibilità di riuscirci. 

Anne Sexton, morta suicida nel 1974, a 46 anni, è spesso ricordata per Vivi o muori, il libro che le fece conquistare il Premio Pulitzer nel 1967, ma la sua avventura poetica è più ampia e per la prima volta viene pubblicata in Italia la raccolta in versione integrale de Il libro della follia (La Nave di Teseo). Il volume, curato da Rosaria Lo Russo, è basato sulla versione originale del 1972 pubblicata da Houghton Mifflin che include anche tre racconti espunti nell’edizione di Sterling, oggi ritrovati e tradotti dopo quarant’anni: Ballare la giga, Il balletto del Buffone e Cala le ciocche, in cui affronta anoressia, femminicidio e il suicidio-della-poetessa. 

I suoi versi vengono collocati nella corrente che si sviluppò in America negli Anni ’50 e ’60 della confessional poetry e “Il libro della follia” ne è un’espressione matura. “Trafficare con le parole mi tiene sveglia […] Mi piacerebbe una vita semplice. Invece tutta notte ripongo poesie in una scatolona” scrive in L’uccello ambizione, la poesia che apre la raccolta dedicata alla figlia Joy. E siamo subito con lei, a contatto con il suo animo ferito che trova l’unica cura possibile nella poesia. 

Anne Sexton è nata in una ricca famiglia borghese americana del Massachusetts nella quale non si è mai sentita integrata. Si è sposata e ha avuto due figlie, ma ha continuato a sentirsi inadeguata. Ha vissuto ammirando la zia Nana, spesso protagonista dei suoi versi, bevendo alcool, rimaneggiando fiabe come in Transformations (1971) e facendo reading in pubblico.  

Ha cominciato a scrivere seguendo il consiglio del primo psicoanalista che ha provato a curare la sua psiche fragile e non ha mai smesso. Una delle poesie che meglio rappresenta la trappola in cui cadono le donne che tentano di “fare le brave” e non ci riescono, è Scarpette rosse, che si rifà all’archetipo della fiaba di Andersen. 

Eccomi in pista, nella città morta. M’allaccio scarpette rosse […] Non son mie. Sono di mia madre, e furon di sua madre. Tramandate come cimelio, ma nascoste come lettere sconce. La strada, la casa di cui fan parte, son celate, e tutte le donne pure, son celate”. Anne è la donna che smarrisce l’istinto e la fame dell’animo, perde le scarpe fatte a mano e trova le maledette scarpette rosse, non può fare a meno di danzare con la morte e quindi perde i piedi, la base che sostiene la libertà. Una poesia che mette in guardia anche le donne di oggi nel fare attenzione alle trappole nascoste e a non cedere alla normalizzazione della compiacenza e della violenza subita perché col tempo può trascinare all’inferno.


Il Mattino - 3/6/2021

 

giovedì 13 maggio 2021

Alfonso Gatto, cronista dal Giro d’Italia del 1949 e 'allievo' di bicicletta di Fausto Coppi

La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l'occhietto, io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. Perfino i ragazzi all'arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell'orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. "Sembra un vecchio campione" dicono "ed è soltanto un posa-piano. Lui a casa ha il triciclo" e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no.


Fausto Coppi, che un è buon ragazzo, mi si è avvicinato stamane mentre andavo al bagno e mi ha detto: "Perché non cerca di imparare? Se vuole, al pomeriggio le insegnerò io". Ho cercato di rispondergli: "Si immagini quale onore è per me; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore d'Università". "Comunque, se vuole, dopo colazione vengo a prenderla in albergo. A quell'ora non ci sarà nessuno e troveremo una via deserta per gli esercizi". Alle due ero ad aspettarlo. Fausto è venuto in pantaloncini corti e si è incamminato con me. Strada facendo abbiamo parlato di tante cose, dei ricordi in comune che incominciavamo ad avere delle nostre famiglie, senza deciderci tuttavia ad incominciare. "Mi dica un po', come ha fatto a non salire mai su una bicicletta nemmeno da ragazzo?" mi ha chiesto ad un certo punto rimanendo col naso arricciato come sua abitudine. "È molto semplice - ho risposto - non sono mai riuscito a stare in equilibrio più di un secondo, ed ho provato, sa, non creda che me ne sia stato con le mani in mano. Non ci riuscirò mai. Lei è per me come il gran medico che le famiglie chiamano solo quando il malato e bell'e spacciato".

"Proviamo", ha detto Coppi tagliando corto. Eravamo in una via deserta lungo un muro. Fausto si è messo in posizione reggendo la bicicletta. Mi sono issato in sella con molto sforzo e balbettando scuse incomprensibili. "Pedali forte, guardi davanti a sé". Le solite parole che dicono tutti. Anche Coppi non poteva che ripeterle. Che se ne fa della sua scienza un filosofo che sia costretto ad insegnare le aste ai bambini? "Pedalare forte". E presto detto, ma come? "Più forte, più forte - sibilava fra i denti Coppi che già incominciava a disperare - Tenga il manubrio leggero, non guardi la ruota...". Quante cose da non fare in un momento? "Scendo - supplicavo - mi lasci scendere".

Per un attimo ho provato la dolcezza del volo, sapendo di cadere ed ero già caduto nella polvere come un guerriero antico. Coppi da lontano scuoteva la testa, con le mani puntate sui fianchi. Decine di curiosi erano affacciati dal muro, che prima sembrava dividesse il deserto e non si azzardavano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi Coppi davanti con l'aria del maestro. Non sapevo dove nascondere la faccia, mi veniva da piangere. "Ma io so nuotare - ho cercato di spiegare a Coppi e agli altri, accompagnandoli all'albergo - da ragazzo mi battevo per i trenta metri". Le mie parole sono cadute nel vuoto.

Ora sono chiuso in camera e sul mio diario vado scrivendo tristi pensieri e un triste proposito. Intanto tutta la città parla e sparla di me, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. È ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti.

Cadrò, cadrò sempre fino all'ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare.


Alfonso Gatto



mercoledì 12 maggio 2021

Margaret Atwood, versi femministi contro gli “Esercizi di potere”

 Margaret Atwood dichiara il suo intento sin dalla quartina di apertura della raccolta di poesie Power Politcs, pubblicata nel 1971 e ora tradotta in Italia da Silvia Bre per Nottetempo con il titolo Esercizi di potere: “Ti adatti dentro me / come un amo in un occhio / un amo da pesca / un occhio aperto”. 

L’instancabile scrittrice canadese, autrice del capolavoro Il racconto dell’ancella, vuole evidenziare come le relazioni sentimentali siano infettate dal potere e lo fa accogliendo il lettore con un’immagine che provoca dolore, l’atroce sensazione di ricevere passivamente qualcosa dentro sé.

Tutti versi della raccolta sono dedicati al rapporto tra uomo e donna. Con queste poesie brevi e schiette Atwood anticipa contenuti e atmosfere del movimento di liberazione femminista che si sta formando in quegli anni. La scrittrice mette al centro dei suoi versi liberi, tutt’altro che rassicuranti, la raffigurazione dell’uomo come dominante e della donna come vittima, parla di fughe e bugie, paragona certe relazioni a brutti film e ironizza sulla tendenza di idealizzare l’amato come un eroe. Negli anni, però, la scrittrice ha sempre respinto l’idea che il movimento delle donne abbia influenzato il concept della sua raccolta e non ha mai accettato chi definiva il suo libro “una versione poetica del Women's Lib”. 


Le poesie di Esercizi di potere, come tutta la sua vasta produzione letteraria di romanzi, saggi, libri per l’infanzia, sono nate dal suo sentire più profondo e dal suo acuto sguardo da sempre attento alle dinamiche di potere negli incontri/scontri tra maschile e femminile e dall’idea che le relazioni non sono uniche ed eterne, ma transitorie. “Se ti amo / questo è un fatto o un’arma?” si chiede. 

Anche la copertina scelta per la prima edizione del libro evocava immediatamente il suo pensiero: le strutture di potere esistenti nella sfera socio-politica sono presenti anche nel privato. Per questo vediamo una donna dal corpo bendato a testa in giù, nella stessa posizione dell’Appeso dei Tarocchi di Marsiglia, e di fianco un uomo armato coperto da una robusta armatura. Oggi la sappiamo bene: per Atwood l’amore è un tema politico e il controllo del corpo della donna è sempre al centro delle sue narrazioni sempre più apprezzate e diffuse in Italia. Sono appena usciti anche altri due volumi pubblicati da Ponte alle Grazie: il suo esordio in narrativa, La donna da mangiare, romanzo uscito nel 1969, e la raccolta di versi Brevi scene di lupi. Poesie scelte (1966-2020) curata da Renata Morresi.


Il Mattino – 8 febbraio 2021

Nell’antro di Angela Carter tra fiaba e horror

La grande scrittrice canadese Margaret Atwood ha spesso sostenuto che Angela Carter “scriveva in un modo così diverso da quello degli altri, che non la si sapeva categorizzare. E immaginate, ancora oggi non lo si riesce a fare”. Ed è proprio la difficoltà di classificare i testi della scrittrice e giornalista inglese che la rende una delle autrici più originali del ventesimo secolo. I libri di Angela Carter sfuggono a ogni etichetta perché contengono e mischiano il già noto per ricomporlo. Fanno a pezzi atmosfere e storie che conosciamo per ricostruirle con una precisa finalità: smantellare le narrazioni dominanti. Anche nel secondo volume della raccolta di racconti, pubblicata da Fazi, Nell’antro dell’alchimista (traduzione di Angela Tranfo, Cristina Iuli, Barbara Lanati e Rossella Bernascone), entriamo nei suoi mondi fantastici percorsi da magia e realismo, verità e finzione, provocazione e spirito femminista.


A differenza del primo volume, la nuova pubblicazione chiama in ballo molti personaggi letterari e storici come in Venere Nera (1985) reinventa la storia di Jeanne Duval, l’affascinante e riluttante musa haitiana del poeta Baudelaire, o ne Il gabinetto del dottor Edgar Allan Poe segue lo scrittore americano percorrere “con passo vacillante il nuovo mondo” e ne Il bacio mette alla prova la moglie del condottiero Tamarlano in una Samarcanda da fiaba. 

Nella parte dedicata ai Fantasmi Americani, pubblicati nel 1993, un anno dopo la sua morte per malattia a soli 51 anni, invece, incontriamo il regista e produttore John Ford, ma anche tanti altri personaggi sospesi tra dramma e commedia come Lizzie Borden, la ragazza che nel 1892 uccise i genitori a colpi d’accetta, alla quale sono state dedicate serie tv e film, ma anche un onesto studente che fa un viaggio attraverso gli ambigui residui dell’Età dell’Oro hollywoodiana, o la Maria Maddalena del dipinto di Georges de La Tour che subisce alcune straordinarie trasformazioni. 

Angela Carter aveva trovato nel racconto la sua forma espressiva ideale, tant’è che il libro per cui viene maggiormente ricordata è La camera di sangue (1979), una raccolta di racconti in cui l’autrice inglese riscrive alcune fiabe classiche spogliandole di stereotipi patriarcali e maschilisti.

Le brevi storie di Nell’antro dell’alchimista – che includono anche alcuni racconti sparsi pubblicati tra il 1970 e il 1981 – hanno la stessa forza, la stessa scrittura corposa, barocca, gotica e lo stesso potere sovversivo dell’immaginazione che ci ricorda che “la realtà è solo una triste prigione”.


Il Mattino – 18 gennaio 2021