martedì 15 marzo 2022
“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”
mercoledì 12 maggio 2021
Margaret Atwood, versi femministi contro gli “Esercizi di potere”
Margaret Atwood dichiara il suo intento sin dalla quartina di apertura della raccolta di poesie Power Politcs, pubblicata nel 1971 e ora tradotta in Italia da Silvia Bre per Nottetempo con il titolo Esercizi di potere: “Ti adatti dentro me / come un amo in un occhio / un amo da pesca / un occhio aperto”.
L’instancabile scrittrice canadese, autrice del capolavoro Il racconto dell’ancella, vuole evidenziare come le relazioni sentimentali siano infettate dal potere e lo fa accogliendo il lettore con un’immagine che provoca dolore, l’atroce sensazione di ricevere passivamente qualcosa dentro sé.
Tutti versi della raccolta sono dedicati al rapporto tra uomo e donna. Con queste poesie brevi e schiette Atwood anticipa contenuti e atmosfere del movimento di liberazione femminista che si sta formando in quegli anni. La scrittrice mette al centro dei suoi versi liberi, tutt’altro che rassicuranti, la raffigurazione dell’uomo come dominante e della donna come vittima, parla di fughe e bugie, paragona certe relazioni a brutti film e ironizza sulla tendenza di idealizzare l’amato come un eroe. Negli anni, però, la scrittrice ha sempre respinto l’idea che il movimento delle donne abbia influenzato il concept della sua raccolta e non ha mai accettato chi definiva il suo libro “una versione poetica del Women's Lib”.
Le poesie di Esercizi di potere, come tutta la sua vasta produzione letteraria di romanzi, saggi, libri per l’infanzia, sono nate dal suo sentire più profondo e dal suo acuto sguardo da sempre attento alle dinamiche di potere negli incontri/scontri tra maschile e femminile e dall’idea che le relazioni non sono uniche ed eterne, ma transitorie. “Se ti amo / questo è un fatto o un’arma?” si chiede.
Anche la copertina scelta per la prima edizione del libro evocava immediatamente il suo pensiero: le strutture di potere esistenti nella sfera socio-politica sono presenti anche nel privato. Per questo vediamo una donna dal corpo bendato a testa in giù, nella stessa posizione dell’Appeso dei Tarocchi di Marsiglia, e di fianco un uomo armato coperto da una robusta armatura. Oggi la sappiamo bene: per Atwood l’amore è un tema politico e il controllo del corpo della donna è sempre al centro delle sue narrazioni sempre più apprezzate e diffuse in Italia. Sono appena usciti anche altri due volumi pubblicati da Ponte alle Grazie: il suo esordio in narrativa, La donna da mangiare, romanzo uscito nel 1969, e la raccolta di versi Brevi scene di lupi. Poesie scelte (1966-2020) curata da Renata Morresi.
Il Mattino – 8 febbraio 2021
sabato 14 marzo 2020
Rotta per la Galite, l'altra Ponza
Mi sono imbattuta in questa singolare vicenda seguendo le fila della migrazione italiana in Tunisia, una migrazione lunga più di un secolo che ha attraversato molte fasi e che rappresenta un affascinante esempio di transculturalità mediterranea.
La storia della Galite - che racconto nel ciclo per TreSoldi in onda su RaiRadio3 dal 17 al 20 marzo 2020 alle 19.50 Rotta per la Galite, l’altra Ponza (Podcast) – fa parte, dunque, di una pagina di storia più ampia, quella ‘circolare’ del Mediterraneo che racchiude gli eterni rituali della partenza che non sono mai stati in un’unica direzione, ma sempre in entrambe, avanti e indietro tra la riva sud e la riva nord.
La Galite è l’isola principale dell’omonimo arcipelago tunisino che si trova a 64 km a nord di Tabarka, nel cuore del Mediterraneo. Dopo essere stata disabitata per secoli e approdo di fortuna per corsari, pirati e navi mercantili, dal 1872 fu abitata per quasi un secolo da una comunità di pescatori italiani provenienti dall’isola di Ponza.
Il primo ponzese a mettere piede alla Galite è stato Antonio d’Arco che aveva scoperto l’isola nel 1843 durante un naufragio. Decise di tornarci con la famiglia in seguito all’accusa di omicidio e tanti lo seguirono attratti dai fondali pescosi.
Nel 1903 erano presenti sull’isola 103 persone e nel 1936 ben 250, una comunità che serviva anche da assistenza ai pescatori stagionali che da Ponza partivano per la pesca delle aragoste.
Alla Galite i ponzesi trovarono un paradiso in terra, un’America nel Mediterraneo. Un mare ricco e la libertà di auto-gestirsi su una terra che dal 1881 era sotto il protettorato francese.
La permanenza dei ponzesi sull’isola si concluse proprio con la conquista dell’indipendenza da parte dei tunisini nel 1956. Alcuni negli anni 60 sono tornati a Ponza, mentre moli altri, avendo la nazionalità francese, hanno scelto di trasferirsi in Costa Azzurra e oggi nel villaggio costiero Lavandou vivono ancora molti discendenti dei ponzo-galitani.
Per tutti la Galite rimane nella memoria come una terra speculare a Ponza, una terra sorella, a tratti gemella: l’altra Ponza.
Dal 1980 l’arcipelago della Galite è considerato una riserva naturale e dal 2006 è gestito dall’Apal, l’Agenzia di protezione e sviluppo costiero tunisino, che lavora per la tutela degli ambienti marini e terrestri dell’arcipelago e per il miglioramento del suo patrimonio paesaggistico e culturale. L’Apal gestisce anche le visite sull’isola, comprese quelle degli italiani che desiderano andare al cimitero e visitare i luoghi vissuti dai loro antenati.
E’ ancora molto forte nei discendenti dei vecchi abitanti della Galite il desiderio di mantenere un legame con l’isola e tenere viva la memoria di questa bella storia di migrazione italiana in Tunisia attraverso i ricordi familiari perché “sopra le isole – scrive il poeta Antonio De Luca - l’uomo scava la devozione e il verbo, sopra le isole l’uomo attende e racconta”.
#1| Destini mediterranei - Ultime tracce della storia della migrazione ponzese alla Galite - I racconti del libraio Silverio Mazzella, di Assunta Scarpati, nipote di Concetta, considerata la ‘sacerdotessa’ della comunità, e dell’aragostaio Giovanni Conte.
#2| Una storia arcaica - La leggenda di Antonio D’Arco, primo ponzese a mettere piede sulla Galite - I ricordi di famiglia di Assunta Scarpati.
#3| La Galite ieri: un’America nel Mediterraneo per i fondali pescosi e l’abbondanza di aragoste - I ricordi giovanili di Giovanni Conte.
#4| La Galite oggi: riserva naturale e area marina e costiera protetta – Lo sguardo del poeta ponzese Antonio De Luca e le visite organizzate sull’isola dell’Apal, l’Agenzia di protezione e sviluppo costiero tunisino.
“Il mare e la sponda, le isole del mare e i porti sulla sponda, le immagini che ci offrono gli uni e gli altri cambiano nel corso dei peripli e duranti gli approdi. Il Mediterraneo rimane lo stesso, noi invece no”.
Pedrag Matvejević
venerdì 3 maggio 2019
I tormenti parigini del giovane Kavafis
Nella biofiction dedicata alla giovinezza del poeta, Cosa resta della notte (Nottetempo, traduzione di Andrea di Gregorio), la scrittrice greca Ersi Sotiropoulos ricostruisce e rielabora proprio i tre giorni trascorsi da Kavafis nella capitale francese nel giugno 1897, al termine di un lungo viaggio in Europa, prima del ritorno ad Alessandria. Sono giorni cruciali per lui. Il poeta è in crisi e si aggira inquieto ed euforico tra i boulevard, i caffè e gli alberghi, perseguitato da fantasmi erotici, ossessioni e l’estenuante ricerca della sua più profonda ispirazione poetica.
Tre le luci e le ombre di Parigi, nel suo animo si enfatizza l’insofferenza per il provincialismo asfissiante alessandrino e si sente inseguito dal luogo natio, sensazione che ritroviamo nei versi de La città: “Non troverai nuove terre, non troverai altri mari. / Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade / girerai. Negli stessi quartieri invecchierai; / e in queste stesse case imbiancherai”. Un immaginario che in seguito ribalterà completamente fino a lasciare ai posteri “Itaca”, elogio al viaggio anziché alla meta, suo capolavoro scritto 14 anni dopo il soggiorno parigino, a 48 anni.
Il libro di Ersi Sotiropoulos (Prix Méditerranée Étranger 2017), acquista importanza nel panorama letterario proprio perché non si concentra sulla figura pubblica, ma sulla poco conosciuta travagliata vita interiore del poeta destinato a diventare famoso in tutto il mondo soprattutto post-mortem per il celebre incipit: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e in esperienze”.
In Cosa resta della notte si incontra il Kavafis più intimo, con le sue fragilità e gli amori omosessuali tra cui l’innamoramento per un ballerino russo. Pagina per pagina, si cammina con lui per Parigi, di fianco a carrozze e cocchieri, si sta in sua compagnia nelle conversazioni con il fratello John e nell’esplorazione di una città scossa dal caso Dreyfus e, in ogni gesto e in ogni scelta, si sente l’eco dei suoi versi e dei desideri più segreti. Il suo è un procedere lento, tra passato e presente. E’ uno scoprire sé stesso e il suo riflesso in una terra feconda per l’arte e per l’ispirazione che fu un seme per le sue opere future.
Il Mattino - 28/04/2018
mercoledì 3 aprile 2019
Joumana Haddad, la poesia del corpo
«Scrivo con la mente, con il corpo, con le unghie - dice - Trovo una sorta di erotismo nello scrivere e lo vivo come un atto sessuale, tanto concreto quanto astratto; un atto d’amore completo, non solo cerebrale». Definita «la voce trasgressiva del Libano» per i suoi testi poetici e in prosa provocatori, in cui la sessualità è trattata senza inibizioni per rompere lo stereotipo della donna araba schiava dell’universo maschile, Joumana ha preparato il suo nuovo «urlo di libertà» per rivendicare l’esistenza del corpo. Si tratta di una rivista trimestrale dedicata alla via dei sensi dal titolo Jasad (www.jasadmag.com), in arabo Corpo, auto-prodotta e distribuita dal mese di ottobre nelle librerie del Libano e per abbonamento negli altri Paesi arabi.
Il periodico, primo nel suo genere nel mondo arabo, esplora, attraverso i linguaggi della saggistica, la letteratura e la poesia, argomenti legati all’arte, i bisogni e i desideri del corpo: dall’erotismo all’omosessualità, dal cannibalismo all’automutilazione, dalla pornografia al sufismo, tutti argomenti scomodi per la tradizione islamica. «Scrivo del corpo perché il corpo esiste - dice la poetessa -. Nel mondo arabo, purtroppo, lo abbiamo velato e nascosto e di questo dobbiamo vergognarci. Non condivido i lamenti delle donne musulmane sottomesse dagli uomini: sono loro che educano i figli maschi con questi valori. La condizione in cui si trovano è una conseguenza del loro comportamento».
Joumana è nata nel 1970 a Beirut dove vive e lavora come responsabile delle pagine culturali del quotidiano AlNahar. Non le piace cucinare, ama ballare, ridere di se stessa, bere whisky e allenarsi con la boxe. Al suo secondo matrimonio, ha scelto di non vivere con il marito perché crede «nel principio delle case separate». Si sente una leonessa che divora la vita e il suo modello di donna è Lilith, compagna di Adamo prima di Eva. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo, anche in Italia dove si è fatta conoscere con il racconto I Mocassini, pubblicato in un’antologia curata da Valentina Colombo per Mondadori. A gennaio 2009 uscirà in italiano una raccolta di su epoesie dal 1997 a oggi dal titolo Adrenalina per Edizioni del Leone. Joumana non ha mai avuto paura di trattare temi censurati nel suo Paese e, nonostante abbia già ricevuto molti insulti e minacce da parte di estremisti e fondamentalisti anche per Jasad, va avanti nella sua «battaglia per la libertà e la verità che passa attraverso il corpo».
«La mia più grande vittoria sono i commenti delle donne. Mi dicono: grazie per averci regalato un soffio di forza!».
Venerdì di Repubblica - 3/10/2008
domenica 26 agosto 2018
Poesia, non potere. La Tunisia del futuro
In questa nuova sorprendente megastruttura statale progettata nel 2003 e tanto anelata dai tunisini, prezioso investimento sulla cultura in Nord Africa, ogni porta è un’occasione di fuga dal vuoto, dalla miseria e dalla rassegnazione. Le stanze ospitano sia uffici, sia sale dedicate ad attività culturali di varia natura avviate lo scorso 21 marzo, giorno della sua apertura al pubblico a cui ho partecipato per vedere da vicino la nascita del progetto.
Ci sono voluti 15 anni prima di riuscire a consegnare ai cittadini l’attesa Madinet Ethakafa voluta dall’ex presidente Ben Ali e poi passata nelle mani dei diversi governi che dal 2011 a oggi si sono susseguiti nella Tunisia post-rivoluzionaria. Finalmente ora la Cittadella è una realtà che in soli quattro mesi ha già ospitato centinaia di spettacoli di musica, teatro e danza, conferenze, mostre e festival di cinema tra cui il neonato Manarat dedicato ai film del Mediterraneo, organizzato da uno staff femminile d’eccellenza.
Gli spazi per dare forma alle idee in città, dunque, si sono moltiplicati e, anche se con le normali difficoltà di ogni inizio, gli operatori culturali tunisini oggi possono contare su un nuovo Museo d’arte contemporanea, un complesso cinematografico con due sale di proiezione e un Auditorium, studi di produzione televisiva, sale prove, tre teatri tra cui un immenso spazio per l’Opera, la Casa del romanzo e la Cineteca nazionale che, dopo tre mesi di proiezioni tra cui tre eventi sul cinema italiano, inaugurerà ufficialmente il 18 settembre con un ciclo dedicato alla coppia nel cinema tunisino.
“La sfida del progetto è di dare un'anima a spazi progettati in origine per la propaganda e la centralizzazione” spiega il direttore della cineteca, il regista Hichem Ben Hammar.
lunedì 19 marzo 2018
Hala Mohammad: le parole di una farfalla contro la dittatura
Oggi Hala vive a Parigi con parte della famiglia tra cui il figlio trentenne. Scrive, progetta documentari e organizza eventi culturali con poeti siriani per ricordare al mondo che la Siria non è solo terrorismo, conflitto e devastazione. “La Siria è anche fiori e farfalle, autori che scrivono per il teatro e artisti che da 40 anni resistono al dittatore con i mezzi della civiltà”. Incontro Hala a Roma in occasione dell’evento Ritratti di poesia e la nostra conversazione comincia con un suo sfogo. Di solito Hala scoppia in lacrime quando si commuove per episodi belli, ma questa volta a farla piangere sono le notizie dei nuovi bombardamenti sui civili nella sua terra.
“Le brutte notizie normalmente mi fanno chiudere in me stessa – spiega -, ma questa volta piango perché mentre stavo provando a dare un messaggio di speranza con la poesia, apro la borsa, accendo il cellulare e mi piombano addosso di nuovo la morte e l’immagine della Siria raccontata dai media internazionali. La Siria è anche altro”.
Proprio quest’altra Siria -, umana e vitale ma ferita -, troviamo nelle sue sette raccolte poetiche tra cui l’ultima, La farfalla ha detto, pubblicata in arabo dalla casa editrice al-Mutawassit, che a marzo uscirà in Francia per l’editore Bruno Ducey.
Hala, in Siria è stata perseguitata dal regime anche per i suoi documentari sulla letteratura in carcere. Perché ha aspettato la fine del 2012 per partire?
Non volevo andarmene, anche se dal 2010 spesso sono stata costretta a lasciare il paese per curarmi il seno tra il Libano e la Francia. Ho aspettato finché ho potuto, ma avevo paura e la paura è contro l’esistenza dell’uomo.
Si è sentita fragile come una farfalla?
Sì, e poi, una volta andata via, mi sono sentita in esilio come una farfalla, silenziosa, alla ricerca di una voce diversa da quella della dittatura che parla urlando e con luoghi comuni. Io ho cercato di parlare a bassa voce senza usare i cliché. E’ stato importante trovare questa lingua per non tradire le vittime e i detenuti politici siriani. Il silenzio delle farfalle contiene anche quello delle vittime. Nelle poesie cerco di esprimere la speranza che pure è fragile come una farfalla. La speranza, però, non è un argomento accessorio. E’ un bisogno. E finché c’è poesia c’è speranza.
Un’altra immagine che emerge dalla raccolta è il filo del bucato. Perché?
Perché il filo del bucato è resistenza contro la guerra. E’ la ricostruzione delle abitudini anche in una tenda. E’ una celebrazione della vita per il profugo siriano. Ed è una bandiera, la bandiera persa dalla Siria. I panni che sventolano come bandiere tra una tenda e un’altra sono anche una finestra aperta sul futuro.
Qual è il ruolo delle donne nella difesa del futuro?
E’ vero che la società è dominata dagli uomini però è la donna che in molti casi ha scelto di avere la voce bassa, ma parlare a bassa voce può essere anche un segno di forza. Quando la donna è madre, non è solo madre dei suoi figli, ma è umm, la madre che protegge la vita e difende la giustizia. E’ come una sentinella che controlla se c’è la protezione della vita e la difesa della giustizia.
Cosa pensa del movimento #metoo che sta aiutando molte donne a tirare fuori la voce?
Sono solidale con il movimento #metoo partito da Hollywood, ma avrei preferito assistere alla nascita di un movimento femminista capace di chiedere qualcosa come l’istituzione di leggi che diano più diritti e più uguaglianza tra uomo e donna, a partire dal trattamento salariale. Trovo che questo movimento sia privo di profondità, non propone soluzioni e penso inoltre che non riesca a coinvolgere le donne ordinarie. Speriamo che contagi anche le donne comuni e non resti circoscritto nel mondo delle star del cinema. Esiste il rischio che faccia l’effetto contrario e scoraggi le donne ordinarie facendole sentire deboli perché vittime della crisi economica ed esistenziale in atto. Ma mi auguro che questo movimento riesca a dare il via a una rivoluzione che passi attraverso la liberazione della parola.
Mi sembra scettica a riguardo.
In effetti quando il movimento #metoo è esploso mi sono un po’ stranita e ho pensato che nessuno ha sentito il bisogno di dire #metoo anche contro la guerra in Siria, una terra violentata con vite violentate e case distrutte come se fosse tornato il colonialismo. Sono stata invece favorevolmente colpita dal documentario Il grido soffocato di Manon Loiseau uscito in Francia che racconta delle donne siriane violentate nelle carceri di Assad.
Una delle femministe che ha partecipato al movimento del Sessantotto in Italia, la turca Semin Sayit, qualche giorno fa mi ha detto: “il vero femminismo è quello che viene dal Medio Oriente”. Cosa ne pensa?
Per me il vero femminismo è il non-femminismo perché la difesa dei diritti della donna senza la vigilanza sullo sviluppo culturale e la difesa dei diritti in generale, anche degli uomini, non serve a nulla.
Cosa la indigna di più dell’enorme crisi siriana?
Che fino a oggi c’è un rappresentante del sistema dittatoriale di Assad, Bassar Jaafari, che siede al tavolo delle Nazioni Unite. Un uomo che rappresenta un sistema che violenta le donne in carcere, dovrebbe essere cacciato. Ricordo a tutti che la rivoluzione siriana all’inizio era pacifista e culturale e si aspettava un sostegno internazionale mai ricevuto. Non solo l’Occidente non è intervenuto ma oggi giustifica la sua crisi esistenziale ed economica dando la colpa all’Altro, ossia ai profughi. Ogni problema ora viene addossato a chi viene da fuori. Così si crea solo paura. E la paura è contro l’esistenza dell’uomo.
Left - 9/3/2018
mercoledì 8 febbraio 2017
Una poesia inedita di Alfonso Gatto
E' partito a 20 anni per tenere fede a un orizzonte ed vi tornava da adulto per tenere fede allo stesso orizzonte.
Un’occasione di tornare nella città per cui provò sempre una "nostalgia struggente" gliela diede un gruppo di ragazzi che lanciò la proposta di un riconoscimento pubblico solenne al "poeta di Salerno" fino ad allora apprezzato e riconosciuto maggiormente nel resto d’Italia, accolta nel 1963 dal sindaco dell’epoca, Alfonso Menna che, durante la cerimonia, lo definì “uno dei nostri figli più degni”.
Ho incontrato quei "ragazzi" coraggiosi dei quali il poeta divenne grande amico nell'ultima fase della sua vita recentemente per realizzare un audio-documentario andato in onda su RadioRai3 e uno di loro, il medico Bruno Fontana, mi ha donato una poesia inedita di Gatto, senza titolo, scritta il 19 gennaio 1969 nel suo studio mentre il medico lo ritraeva in uno dei tanti pomeriggi condivisi tra schizzi, parole e sogni
Senza titolo
di Alfonso Gatto
Taglia corto la musica, decide
un destino improvviso, il passo affretta
lo sbocco della donna che ride.
E’ da prendere subito, ci spetta
l’importanza d’esistere in un giorno.
e l’apparire frustra ogni altra storia
di demenze segrete, non c’è scorno
nel vivere se brucia la tua gloria
per un passo di danza che non sai.
Taglia corto la musica, t’afferma
l’ostinata durezza, questo “mai”
ch’è d’amore e di morte il muro, l’arma
d’una scelta perduta: ogni riflesso
disperato del vivere è lo stesso
tempo che scatta a insorgere dal grido.
Per fuggire la morte brucia il nido.
19 gennaio 1969







