Visualizzazione post con etichetta poeta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poeta. Mostra tutti i post

giovedì 13 maggio 2021

Alfonso Gatto, cronista dal Giro d’Italia del 1949 e 'allievo' di bicicletta di Fausto Coppi

La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l'occhietto, io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. Perfino i ragazzi all'arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell'orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. "Sembra un vecchio campione" dicono "ed è soltanto un posa-piano. Lui a casa ha il triciclo" e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no.


Fausto Coppi, che un è buon ragazzo, mi si è avvicinato stamane mentre andavo al bagno e mi ha detto: "Perché non cerca di imparare? Se vuole, al pomeriggio le insegnerò io". Ho cercato di rispondergli: "Si immagini quale onore è per me; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore d'Università". "Comunque, se vuole, dopo colazione vengo a prenderla in albergo. A quell'ora non ci sarà nessuno e troveremo una via deserta per gli esercizi". Alle due ero ad aspettarlo. Fausto è venuto in pantaloncini corti e si è incamminato con me. Strada facendo abbiamo parlato di tante cose, dei ricordi in comune che incominciavamo ad avere delle nostre famiglie, senza deciderci tuttavia ad incominciare. "Mi dica un po', come ha fatto a non salire mai su una bicicletta nemmeno da ragazzo?" mi ha chiesto ad un certo punto rimanendo col naso arricciato come sua abitudine. "È molto semplice - ho risposto - non sono mai riuscito a stare in equilibrio più di un secondo, ed ho provato, sa, non creda che me ne sia stato con le mani in mano. Non ci riuscirò mai. Lei è per me come il gran medico che le famiglie chiamano solo quando il malato e bell'e spacciato".

"Proviamo", ha detto Coppi tagliando corto. Eravamo in una via deserta lungo un muro. Fausto si è messo in posizione reggendo la bicicletta. Mi sono issato in sella con molto sforzo e balbettando scuse incomprensibili. "Pedali forte, guardi davanti a sé". Le solite parole che dicono tutti. Anche Coppi non poteva che ripeterle. Che se ne fa della sua scienza un filosofo che sia costretto ad insegnare le aste ai bambini? "Pedalare forte". E presto detto, ma come? "Più forte, più forte - sibilava fra i denti Coppi che già incominciava a disperare - Tenga il manubrio leggero, non guardi la ruota...". Quante cose da non fare in un momento? "Scendo - supplicavo - mi lasci scendere".

Per un attimo ho provato la dolcezza del volo, sapendo di cadere ed ero già caduto nella polvere come un guerriero antico. Coppi da lontano scuoteva la testa, con le mani puntate sui fianchi. Decine di curiosi erano affacciati dal muro, che prima sembrava dividesse il deserto e non si azzardavano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi Coppi davanti con l'aria del maestro. Non sapevo dove nascondere la faccia, mi veniva da piangere. "Ma io so nuotare - ho cercato di spiegare a Coppi e agli altri, accompagnandoli all'albergo - da ragazzo mi battevo per i trenta metri". Le mie parole sono cadute nel vuoto.

Ora sono chiuso in camera e sul mio diario vado scrivendo tristi pensieri e un triste proposito. Intanto tutta la città parla e sparla di me, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. È ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti.

Cadrò, cadrò sempre fino all'ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare.


Alfonso Gatto



mercoledì 27 maggio 2020

Quando Gatto celebrò il coraggio partigiano

Nel giugno del 1963 Alfonso Gatto riceve due lettere nel suo appartamento a Roma, in via delle Medaglie d’oro n.143. Una è firmata da un partigiano di Bologna, Paolo Betti, l’altra dallo scrittore e giornalista di origine ebraica Guido Lopez, figlio di Sabatino, drammaturgo e critico letterario. Entrambi scrivono per chiedere notizie de La ballata del 25 aprile ascoltata su Rai1 all’interno della rubrica Almanacco di scienza, storie e varia umanità che il poeta ha curato tra febbraio e agosto 1963. 
Il testo viene proposto nella puntata del 24 aprile con l’interpretazione dell’attore Giancarlo Sbragia e rimane impresso nella memoria dei telespettatori perché esprime, con versi corali, la speranza del popolo che riconquista la libertà, “quella grande primavera / che noi vedemmo uscendo sulla via / con la falcata sempre più leggera, /correndo senza peso alla parola / dell’uomo solo che non è più sola: / Italia, patria senza monumento, / vita che vive, spazio, luce, vento”.




Dopo quella messa in onda, però, la fiduciosa ballata in 78 endecasillabi con rime baciate, sparisce dalla circolazione e viene dimenticata a differenza degli altri poemetti di Alfonso Gatto trasmessi in Almanacco che Annalisa Gimmi nel 2012 raccoglie nel libro Ballate degli anni pubblicato da Effigie. E qui entra in scena il professor Massimo Castoldi che, trasferitosi da Milano a Pavia per lavoro, comincia a frequentare il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia nato nel 1980, dove sono custodite carte autografe, documenti e opere pittoriche di Gatto, cedute dalla seconda moglie del poeta, l’artista Graziana Pentich. Qui Castoldi, attratto dal Gatto partigiano e antifascista e dai suoi versi di impegno civile, frugando nei documenti si imbatte nelle lettere ricevute dal poeta salernitano nel 1963, si incuriosisce e si mette sulle tracce della ballata. 
“Ho trovato il testo in fogli dattiloscritti con qualche correzione a penna, si presume di Gatto, in quattro versioni – spiega Castoldi -. L’ultima reca la scritta ‘letta alla tv 1962/63’, indicata forse da Pentich nel momento dell’archiviazione e suggerisce di considerare quella come definitiva”.  
Il pensiero va subito all’altra poesia che Gatto ha dedicato nel 1946 alla Liberazione, 25 aprile, inserita nella raccolta Il capo sulla neve. Liriche della Resistenza (1947), ripubblicata nel 2012 dalla Fondazione Alfonso Gatto. In quei versi il tono è più cupo, pura espressione del suo “canto civile alto e fermo”, come ha scritto Andrea Camilleri, ancora troppo vicino a “l’oscura notte”. Quindici anni dopo, invece, il tono si distende, si può sorridere alla rinascita e vivere la libertà. 
“Gatto sapeva muoversi su tutti i registri – aggiunge Castoldi -, si vede che la ballata è pensata per la lettura orale televisiva e indirizzata al grande pubblico, ma lo rappresenta molto e ho trovato giusto riproporla. Gatto ha sempre sentito profondamente la ricorrenza del 25 aprile avendo contrastato la dittatura. Per lui ha avuto un significato personale e corale”. 
La ballata sarà pubblicata sulla Rivista di letteratura italiana e il 28 maggio riceverà il premio speciale InediTO RitrovaTO, dedicato a un'opera inedita di uno scrittore non vivente, alla 19’ edizione del Premio InediTO-Colline di Torino che quest’anno si svolge in streaming alle 18.30 dagli studi di Top-IX Consortium di Torino sulla pagina Facebook e sul sito del Premio. 

Il Mattino - 26/5/2020



venerdì 3 maggio 2019

I tormenti parigini del giovane Kavafis

Costantino Kavafis ha vissuto quasi tutta la vita ad Alessandria d’Egitto. Amava la città dov’è nato da una ricca famiglia greca, ma al contempo, sin da ragazzo, sentiva una pulsione a “cancellarla dalla sua mente per poter scrivere”. Sentiva il bisogno di allontanarsene e cercare nuovi orizzonti perché quella città “lo aveva prosciugato”, tanto che un breve viaggio a Parigi fatto all’età di 34 anni diventa per lui un’occasione per scandagliare questo tormento. 



Nella biofiction dedicata alla giovinezza del poeta, Cosa resta della notte (Nottetempo, traduzione di Andrea di Gregorio), la scrittrice greca Ersi Sotiropoulos ricostruisce e rielabora proprio i tre giorni trascorsi da Kavafis nella capitale francese nel giugno 1897, al termine di un lungo viaggio in Europa, prima del ritorno ad Alessandria. Sono giorni cruciali per lui. Il poeta è in crisi e si aggira inquieto ed euforico tra i boulevard, i caffè e gli alberghi, perseguitato da fantasmi erotici, ossessioni e l’estenuante ricerca della sua più profonda ispirazione poetica. 
Tre le luci e le ombre di Parigi, nel suo animo si enfatizza l’insofferenza per il provincialismo asfissiante alessandrino e si sente inseguito dal luogo natio, sensazione che ritroviamo nei versi de La città: “Non troverai nuove terre, non troverai altri mari. / Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade / girerai. Negli stessi quartieri invecchierai; / e in queste stesse case imbiancherai”. Un immaginario che in seguito ribalterà completamente fino a lasciare ai posteri “Itaca”, elogio al viaggio anziché alla meta, suo capolavoro scritto 14 anni dopo il soggiorno parigino, a 48 anni. 
Il libro di Ersi Sotiropoulos (Prix Méditerranée Étranger 2017), acquista importanza nel panorama letterario proprio perché non si concentra sulla figura pubblica, ma sulla poco conosciuta travagliata vita interiore del poeta destinato a diventare famoso in tutto il mondo soprattutto post-mortem per il celebre incipit: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e in esperienze”. 
In Cosa resta della notte si incontra il Kavafis più intimo, con le sue fragilità e gli amori omosessuali tra cui l’innamoramento per un ballerino russo. Pagina per pagina, si cammina con lui per Parigi, di fianco a carrozze e cocchieri, si sta in sua compagnia nelle conversazioni con il fratello John e nell’esplorazione di una città scossa dal caso Dreyfus e, in ogni gesto e in ogni scelta, si sente l’eco dei suoi versi e dei desideri più segreti. Il suo è un procedere lento, tra passato e presente. E’ uno scoprire sé stesso e il suo riflesso in una terra feconda per l’arte e per l’ispirazione che fu un seme per le sue opere future. 

Il Mattino - 28/04/2018