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martedì 15 marzo 2022

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio”

“Chi non ha mai giocato nella vita, non prenderà nulla sul serio” scriveva il poeta Alfonso Gatto in uno dei suoi quaderni d’appunti degli anni compresi tra il 1964 e il 1971, recentemente ritrovati dai familiari e pubblicati da Nino Aragno Editore.
Un invito al gioco per assaporare la serietà delle cose della vita che mi sembra l’aforisma giusto per darvi il benvenuto in questo blog che nasce sotto una stella gattiana e riprende il nome di una rubrica che il poeta tenne tra il 1957 e il 1958 su La Fiera Letteraria.

Raccogliendo la sua felice intuizione di portare piccoli eventi quotidiani nella dimensione del piacere, userò questo spazio per condividere uno sguardo sul presente e aprire finestre su mondi sconosciuti o angoli nascosti di luoghi e persone. Senza mai dimenticare la lezione del maestro che per le sue Cronache del piacere (raccolte in un numero monografico della rivista Sinestesie curata da Epifanio Ajello) si abbandonava a flussi di pensieri, confidenze ardite, indignazioni urlate, parlotti irrequieti alimentando "quell'abitudine di considerare oltre il tempo della cronaca che brucia gli avvenimenti, un tempo più lungo, più paziente; quello della Storia".
Forse, come quelle di Alfonso Gatto, anche queste cronache saranno scritture sparpagliate. Tenteranno però di avere un filo conduttore: la sorpresa. Perché, come scrisse Anna Maria Ortese, “la cosa più sorprendente del mondo, via via che i decenni e poi i secoli trascorrono, rimane sempre, a ben pensarci, l’assenza di sorpresa…”.
Il piacere qui non sarà inteso come unica via possibile, né come obbligo, né come colpa, ma come modo per celebrare la straordinarietà di essere nati e di esistere. Animare questo blog, quindi, è un tentativo di dare corpo all’evanescenza del vivere e, come specificò Alfonso Gatto, “queste Cronache del piacere s’impuntano sull’impertinenza di lasciare almeno ai figli la tecnica della libertà”. 

sabato 19 agosto 2017

La Giordania si schiera dalla parte delle donne, contro gli stupratori

Che la Giordania sia pronta all’abolizione dell’art.308 del codice penale che permette agli stupratori di evitare il processo sposando la vittima, è davvero un’ottima notizia per un paese che si trova nel cuore del Medio Oriente, popolato da una società conservatrice e tradizionalista se pure ben camuffata da abiti di modernità, soprattutto nelle grandi città come Amman. 
Quando sono stata in Giordana, la prima cosa che mi ha colpito è stata proprio la falsa occidentalizzazione ostentata in ogni angolo. Avvertivo un eccessivo bisogno di mostrare un’identità ambita, piuttosto che un’identità effettiva. La realtà era fatta di un impasto di contraddizioni e paradossi nato dall’incontro di più spinte, in particolare due, uguali e contrarie: il voler preservare la beduinità da parte delle popolazioni del deserto che ancora vivono con le regole delle tribù e il bisogno di secolarizzazione, soprattutto delle nuove generazioni. 
Oltre a elementi visivi sotto il naso di tutti - locali dal design seducente che chiudono quando i credenti fanno in moschea la preghiera dell’alba, studentesse in minigonna che studiano con ragazze stravelate con niqab neri, marchi della Coca Cola appesi di fianco a botteghe di prodotti locali – la conferma della sensazione di uno scontro tra due forze ha preso forma concreta davanti a miei occhi quando, in occasione di un rave organizzato nel Wadi Rum per il festival di musica elettronica 'Distant Heat', la direttrice artistica dell’epoca, Julian Noursi, si è trovata di fronte a un improvviso divieto imposto dai beduini. Il rave fu spostato ad Aqaba, città con il porto principale del paese, e fu comunque un successo di presenze e gradimento.



L’82% della popolazione giordana è formato da giovani. Questo regno di contrasti in cui il re Abdallah e la regina Rania cercano di mantenere l’ordine, dunque, ingloba un potenziale incandescente che mira ad avere più libertà e più diritti. Assistere ai passi avanti della Giordania contro la violenza sulle donne grazie alla pressione di ong e associazioni di settore, dunque, è incoraggiante. 
Il voto del 31 luglio arriva cinque giorni dopo la riforma tunisina che ha abolito l’art.227 bis del codice penale sul “matrimonio riparatore”. Se pur le due realtà non siano comparabili, visto che la Tunisia è un paese mediterraneo con alle spalle un codice di statuto di famiglia all’avanguardia, la sincronia di eventi fa ben sperare. Nel 2014 avevamo già gioito per l’abolizione della “legge salva stupratori” in Marocco, dopo due anni di pressioni a seguito del suicidio di una sedicenne, e a dicembre per la battaglia vinta in Libano con l’abolizione dell’art.522 del codice penale, grazie al sostegno dell’associazione Adaab. Della lotta libanese restano le immagini dell’istallazione sul lungomare di Beirut con 31 abiti da sposa appesi tra le palme strappati e macchiati, evocative del messaggio: “un abito bianco non copre uno stupro”. 
Sono ancora tanti i passi da fare per la parità di genere e per la libertà sessuale nel mondo arabo-musulmano, ma è senza dubbio importante che in Giordania, mentre si attende che l’iter per l’abolizione definitiva dell’art.308 venga completato dal voto del governo e della monarchia, il dibattito sui media sia acceso anche su un altro tema caro a questi giovani cresciuti con il mito dell’Occidente, quello del sesso consensuale tra minori fuori dal matrimonio. In base all’attuale legge, se due adolescenti hanno un rapporto sessuale consensuale, i genitori della ragazza possono denunciare il ragazzo e mandarlo in prigione. Nel caso di una gravidanza, non solo il ragazzo è destinato al carcere, ma il bambino è dato in orfanotrofio e alla ragazza restano solo i problemi con la famiglia causati da quell’episodio considerato “un disonore”. L’anno scorso sono stati registrati in Giordania 36 femminicidi e in otto di questi casi il movente era “l’onore” di mariti, padri e fratelli che si sono sentiti in dovere di punire con la morte un comportamento “disonorevole”. 
La strada per fermare la violenza contro le donne, dunque, è ancora lunga anche qui.

Left - 12/08/2017

sabato 4 marzo 2017

Palmira, costruita per unire e distrutta per dividere

L’esercito siriano riconquista l’antica città di Zenobia
  
Palmira è uno dei luoghi più belli che mi è capitato di visitare nei miei viaggi perché non te l'aspetti. Ti appare davanti agli occhi all’improvviso dopo chilometri di deserto. Come un miraggio. Come un luogo incantato che sembra disegnato apposta per stupire. E di fatti è un miraggio che nasce dal passato e porta con se anche il fascino del mondo dell’antichità greco-romana e il suo ruolo di ponte tra il Mediterraneo e l’Oriente. Contiene le tracce della storia pre-islamica della Siria, quindi parte dell’identità del paese. 
Seguo sempre emotivamente le sue sorti e ora che l’esercito siriano l’ha riconquistata scacciando le truppe dell’Isis con l'appoggio dell'aviazione russa, provo a fare una ricostruzione della sua recente storia con nelle orecchie le parole del poeta 'surrealista' romeno Gellu Naum che nel romanzo Zenobia scrive: "...perché ci sono cose di cui si deve tacere, [...], gli altri capiscono per quanto possono capire; ognuno dice meno di quanto capisce e capisce più di quanto gli si dice, ma ciò che capisce non glielo si dice perché non capisce ciò che gli si dice...".


Palmira dall’alto è un pugno allo stomaco. L’abbiamo vista qualche settimana fa nelle immagini girate da un drone dell’esercito russo e diffuse dal Ministero della Difesa di Mosca sempre più distrutta, oltraggiata, sfigurata dalle azioni dei jihadisti dell’Isis che avevano riconquistato l’antica città della regina Zenobia lo scorso 11 dicembre, nove mesi dopo la ripresa del controllo da parte delle truppe governative siriane con il sostegno dei jet russi, seguita dalla riconquista del 3 marzo scorso.
Il video, che risale al 5 febbraio, ci mostra quanto già annunciato a gennaio da Maamun Abdulkarim, direttore del Dipartimento per le antichità archeologiche della Siria, ossia la distruzione del Tetrapilo a sedici colonne risalente al terzo secolo dopo Cristo e del proscenio del Teatro romano per mezzo di cariche esplosive.
Questo nuovo scempio dei jihadisti appare chiaro. Le esplosioni hanno lasciato buchi evidenti e ammassi di macerie. Un ulteriore sfregio alla storia e alla bellezza dell’antica città siriana dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ormai quasi disabitata, che l’Isis ha tenuto in ostaggio per la sua posizione strategica e per poterla saccheggiare.

Contrabbando di opere d’arte
Le architetture palmirene sono state per l’Isis un business. Rimanere a Palmira ha permesso ai jihadisti di trafficare sul mercato dei beni archeologici ciò che resta dalla distruzione dei monumenti riuscendo a ottenere entrate inferiori solo al traffico di petrolio e contribuire al finanziamento della loro “guerra santa”. E’ già successo con oggetti trafugati dalle necropoli. Busti, capitelli e vasi romani provenienti da Palmira dal valore di miliardi di euro, tra cui la statua del “Giovane patrizio” ritrovata in Italia, sono comparsi sul mercato nero. I maggiori clienti dell’Isis sarebbero case d’asta e musei tedeschi, inglesi, svizzeri, americani e di Hong Kong.

Monumenti saltati in aria
Il Tetrapilo e il proscenio del Teatro romano devastati si uniscono all’elenco delle preziose rovine già saltate in aria durante la prima occupazione dell’area: l’Arco trionfale, la statua del Leone di Al-Lat, il tempio di Baal, costruito nel 32 d.C., e quello Baalshamin, risalente a un secolo più tardi. L'Unesco ha più volte dichiarato che la distruzione del sito siriano è “una perdita enorme per l’umanità”. Ogni monumento distrutto è, infatti, una scomparsa irreversibile e globale e rende vano il grande lavoro, ancora non portato a termine, fatto negli anni dagli archeologi per riportare alla luce dagli scavi pezzi del passato glorioso del sito del deserto siriano.

Conquistata dall’Isis nel 2015
Palmira, situata a 240 km a nord-est di Damasco e nota nel mondo arabo come la “perla del deserto”, si trova nella provincia di Homs, nella Siria centrale, ed era stata conquista dall’Isis nel maggio 2015, a quattro anni dall’inizio della crisi siriana in cui sono morte oltre 400mila persone, secondo i più recenti dati comunicati dall’inviato Onu delle Nazioni Unite Staffan de Mistura, e in cui sono state commesse violazioni di diritti di ogni genere. Durante i dieci mesi di occupazione, fino a marzo 2016, il sito che in passato è sempre apparso ai viaggiatori come un miraggio per la sua magnificenza, è stato scenario di brutture di ogni tipo. Gli abitanti della città moderna, circa 70mila persone, sono stati costretti a fuggire per il rischio di essere uccisi o decapitati in atroci esecuzioni pubbliche.

L’esecuzione di Khaled Asaad
La morte che più ha scosso anche l’Occidente è stata quella del “custode della città”, l’archeologo 82enne Khaled Asaad, ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei di Palmira, lasciato appeso a un’antica colonna nella piazza principale il 18 agosto 2015 “perché promuoveva l’adorazione alle statue”, offendendo Allah, l’unico Dio, e dunque era un “infedele”.
Khaled Asaad è stato nominato direttore del sito archeologico e del museo di Palmira nel 1963, è rimasto in carica fino al 2001 e ha continuato a lavorare anche durante il pensionamento come esperto nel Dipartimento dei musei e delle antichità, oltre che nelle collaborazioni con studiosi stranieri. Prima che i terroristi dell’Isis si impadronissero di Palmira, Khaled Asaad aveva collaborato per evacuare numerosi reperti custoditi nel Museo locale senza pensare mai di lasciare la città.
Palmira, il cui nome in arabo è Tadmur, che deriva da quello aramaico Tadmor che significava “palma”, oggi una città fantasma, continua a essere una mira dell’Isis non solo per la sua posizione strategica, ma anche per il valore simbolico e l’effetto choc che acquistano le distruzioni dei monumenti sui mass media.

Costruita per unire e distrutta per dividere
“Palmira è stata città costruita per unire e ora viene distrutta per dividere” ha ben sintetizzato il destino della città, Manar Hammad, archeologo, semiologo e architetto libanese, proveniente da una famiglia originaria di Aleppo, considerato tra i massimi esperti del sito siriano.
“Palmira – ha aggiunto lo studioso, autore del libro Bel/Palymra Hommage, in Italia edito da Guaraldi - era stata creata come collegamento fra il Mediterraneo e il Golfo Arabico. La sua ricchezza erano gli scambi, il mescolarsi delle culture, come testimoniato dai suoi resti”.
Sin dall’antichità, l’antica città, infatti, ha avuto un ruolo cruciale economico e sociale nell’area per la collocazione geografica. E’ stata uno dei più importanti centri culturali del mondo antico. È molto conosciuta, soprattutto tra gli studiosi di storia antica, per essere stata la capitale del Regno di Palmira sotto il governo della regina Zenobia, donna bella, spregiudicata, coraggiosa e colta che conquistò l'Egitto e osò sfidare Roma, un vero simbolo della città.
Sotto il suo regno, cominciato nel 267, Palmira divenne un luogo di tolleranza, di cultura e di fiorenti commerci. Sorgeva su un’oasi che per un lungo periodo fu punto d'incontro di viaggiatori d'Oriente e d'Occidente, ma fu soprattutto un importante centro carovaniero e uno snodo commerciale. Dopo la conquista araba, avvenuta nel 634, però, Palmira perse il suo splendore e andò pian piano in rovina. Lo studio scientifico dei suoi resti e gli scavi archeologici cominciarono solo alla fine del XIX secolo.

Busti funerari restaurati in Italia e rispediti a Damasco 
Nell’attuale clima di terrore e distruzione in Siria e di “lutto culturale” a Palmira, si regista però una buona notizia in tema di arte ferita che arriva proprio dall’Italia: il restauro di due busti funerari in calcare alabastrino del II e III secolo d.C. originari della Valle delle Tombe alle porte della città antica che erano custoditi nel Museo locale e sono stati fratturati a colpi di piccone dagli uomini dell’Isis. Le due sculture raffiguranti un uomo e una donna sono state salvate dai funzionari del Museo archeologico che, nella primavera del 2016, sono riusciti a trasferire molti reperti da Palmira nei caveaux della Banca centrale siriana di Damasco insieme ad altri reperti che nel 2015 non avevano potuto salvare, tra cui grandi statue e sarcofagi, perché incastonati nelle pareti.
I due busti sono arrivati in Italia lo scorso 7 febbraio grazie all'accordo tra l'Associazione Incontro di Civiltà e la Direzione delle antichità di Damasco per essere prima esposti al Colosseo a Roma nella mostra “Rinascere dalle distruzioni, Ebla, Nimrub, Palmira” e poi per essere curati nei laboratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro del Ministero dei Beni Culturali. Il lavoro, guidato da Gisella Capponi, si è svolto anche con l’uso di tecnologie all'avanguardia e porta con se il valore simbolico della ricostruzione e della rivalsa sul male.
La parti mancanti del volto maschile, che era stato colpito a martellate, sono state ricostruite grazie a una sofisticata stampa in 3D con sinterizzazione di polveri di nylon: sorta di protesi usata per ricomporre i lineamenti, rimanendo però rimovibile.

La notizia di questo glorioso restauro e del ritorno delle sculture a Damasco lo scorso 27 febbraio ha fatto il giro del mondo restituendo un pizzico di speranza di assistere alla fine della crisi siriana e di vedere rinascere presto il Paese dalle sue ceneri.

lunedì 20 febbraio 2017

La storia degli ultimi sette ibis eremiti di Palmira

nel libro del biologo Gianluca Serra "Salam è tornata" 


Non è stata la guerra in Siria, né la distruzione di Palmira da parte dell’Isis a far estinguere l’ultima colonia di ibis eremiti in Medio Oriente come aveva titolato più di un anno fa il sito della BBC scatenando l’ira del biologo conservatorista italiano Gianluca Serra che ha vissuto a Palmira dieci anni per salvare la specie. Oggi la sua ostinata avventura naturalistica cominciata nel 2002 con la clamorosa scoperta scientifica degli ultimi sette discendenti della colonia siriana dell’ibis eremita selvatico e migratore, è raccontata nel libro “Salam è tornata” (Èxòrma) in cui l’autore svela gli errori che hanno contribuito nel 2015 all’estinzione definitiva di questo uccello sacro e leggendario che si credeva estinto in Siria già dagli anni '30 e dal 1989 in tutto il Medio Oriente.
“Sono sempre l’aggressività e l’invadenza dell’uomo a provocare le estinzioni delle specie, ma quella dell’ibis eremita orientale si poteva evitare, nonostante le cattive condizioni dell’ecosistema della steppa siriana. Purtroppo le mie grida d’allarme sono cadute nel vuoto” mi spiega Gianluca Serra, ancora scosso dal susseguirsi degli eventi da cui è stato protagonista fino a febbraio 2015 quando Salam (in arabo “pace”), l’ultimo ibis migrato in Etiopia, una femmina, non è più tornata all’oasi di Palmira che poco dopo sarebbe stata conquistata dall’Isis.


Oggi Serra vive in Polinesia, dove lavora per salvare un altro uccello sull’orlo dell’estinzione, la manumea, ma pensa ancora spesso ai sette ibis siriani che ha scoperto e seguito per anni, prima per le Nazioni Unite, poi per Commissione Europea e per varie ong e infine da volontario. Durante i lunghi anni trascorsi nel deserto palmierense a osservare i comportamenti di questi uccelli che troviamo stilizzati nei geroglifici delle antiche dinastie egizie e raffigurati nel tempio di Horus a Edfu, nella valle del Nilo, perché simbolo del Thoth, Dio della saggezza e della scrittura, inventore del linguaggio parlato e scritto, Serra si è sentito “un povero idealista ingenuo”.
Per il suo approccio passionale, il biologo italiano veniva considerato dai colleghi un naturalista d’altri tempi, da alcuni scambiato addirittura per un attivista, “come se l’etichetta di attivista fosse una nota di demerito e di scarsa professionalità”.
“L’intervento delle ong di conservazione per salvare l’ibis eremita in Medio Oriente, seguito al mio disperato appello fatto nel 2003 – spiega Serra –, è stato largamente inefficiente e inadeguato. La questione è stata trattata politicamente, invece che tecnicamente e soprattutto urgentemente: territorialismi, personalismi e mancanza di strategia hanno minato gli sforzi già in atto sul campo dal 2002 determinando due evitabilissimi e disastrosi fallimenti riproduttivi della colonia, nel 2005 e nel 2008, oltre che ritardi fatali nella corsa a scoprire la rotta migratoria e a supplementare la colonia selvatica con individui nati in cattività e appartenenti alla stessa popolazione”.
Oltre l’aspetto polemico nei confronti del sistema della Cooperazione internazionale, dei fondi limitati, “gli intrighi e le miserie umane” incontrate sul campo, il libro è l’affascinante e unica cronaca di una missione naturalistica vissuta fino in fondo e permette di conoscere la vita di questo volatile, tra i più rari al mondo.
Gli ibis eremiti orientali (geronticus eremita) vivevano in nidi costruiti sulle pareti rocciose del deserto di Palmira, nella zona di al-Talila, e sorvolavano ogni giorno le dune abitate dalle tribù beduine. La metodologia usata da Serra per studiare gli ibis, infatti, si è basata anche sulla decodificazione della conoscenza ecologica degli storici abitanti del deserto.
A differenza delle centinaia di coppie di ibis selvatici sopravvissute sulle scogliere marocchine, considerate “residenti", gli ibis orientali sono migratori e, come tutti gli uccelli di questa categoria, incarnano il sogno dell’uomo di oltrepassare confini e frontiere volando. Una delle parti più entusiasmanti del racconto del biologo è proprio quella dedicata al lavoro svolto per seguire la rotta migratoria nei cieli mediorientali d’Arabia grazie a micro-trasmittenti posizionate sui corpi dei volatili sopravvissuti spesso vittima di bracconaggio o folgorazione su cavi elettrici sospesi.
I sette ibis seguiti da Serra trascorrevano a Palmira solo il periodo riproduttivo. Nei mesi estivi, con un volo spettacolare, partivano tutti insieme verso l’altopiano etiope, mentre al ritorno, nella seconda metà di febbraio, arrivavano sulla falesia di al-Talila alla spicciolata e pian piano si preparavano ai rituali di corteggiamento, accoppiamento, costruzione del nido e accudimento delle uova.
Nulla a che vedere con gli ibis spesso avvistati nel nostro paese, nati in cattività grazie a progetti UE, dunque “domestici”. “Se leggete notizie di ibis che sorvolando l’Italia e vengono impallinati da bracconieri - avvisa Serra – sappiate non sono animali selvatici capaci di sopravvivere in natura autonomamente e contribuire all’ecosistema come gli ibis eremiti orientali di Palmira”.
“Molto probabilmente l’ibis, insieme agli ungulati domestici e selvatici, costituiva la chiave di volta dell’ecosistema della steppa siriana” sottolinea il biologo che descrive l’area di al-Talila come “uno scrigno di biodiversità rappresentativa della steppa siriana, l’ultimo rifugio non solo per i beduini cammellieri ma anche per il gatto delle sabbie, per il varano grigio, per l’houbara e per varie altre specie di animali e piante, ormai scomparse dal resto della steppa. Un tesoro da gestire e conservare a beneficio delle generazioni presenti e future”.
Il biologo fa notare al lettore che in ogni angolo del pianeta scompaiono, anno dopo anno, specie e popolazioni animali e spiega che ci troviamo di fronte a quella che ecologi e zoologi chiamano la “sesta estinzione di massa”.
“La quinta estinzione di massa – chiarisce - è stata quella che ha avuto come protagonisti, o vittime, i dinosauri, circa settantacinque milioni di anni fa, probabilmente causata dall’impatto di un asteroide sulla superficie del pianeta, caduto dalle parti dello Yucatan in Messico. Sappiamo che per risollevarsi dalle prime cinque estinzioni di massa la vita sulla terra ha impiegato circa dieci milioni di anni. In questo consiste la resilienza della vita e della natura. Nella capacità cioè di incassare i colpi, di andare kaput per poi ricominciare da zero”.