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domenica 15 agosto 2021

Lettere tra due mari: quel dialogo tra gli oceani

Non esiste niente di più urgente oggi di comprendere la relazione tra uomo e natura, come non c’è nulla più necessario di una letteratura e una poesia capaci di spronare i lettori a interrogarsi sulle possibilità di questa relazione. Tra i libri più originali che si muovono in questa dimensione c’è Lettere tra due mari di Ranva Hjelm Jacobsen, pubblicato in Italia da Iperborea (traduzione di Maria Valeria D’Avino) con illustrazioni di Dotre Naomi. 

La scrittrice danese, già nota in Italia per il romanzo Isola ambientato nelle isole Fær Øer, luogo d’origine di parte della sua famiglia, prende il punto di vista di due mari, l’Atlantico e il Mediterraneo, decide di dar loro il sesso femminile e di farle dialogare attraverso una serie di lettere scritte con un linguaggio che mira a cercare un punto di intersezione tra prosa e poesia. 

Le protagoniste di breve libro da molti percepito come un “manifesto idro-femminista” sono due sorelle: Atlantica e Mediterranea. Atlantica è la maggiore, ha centottanta milioni di anni. È anziana e burbera anche se conserva ancora un po' di tenerezza e tanta saggezza. Mediterranea ha cinque milioni di anni. È giovane e sensibile e vive diversi subbugli emotivi. Mediterranea cerca conforto e si confida con Atlantica. In una delle prime lettere scrive: “È sempre più difficile, sorella. Non sono più io. Mi riempiono ogni giorno di cose estranee e inanimate, me le ficcano dentro. Sarà una forma di vendetta?”. 

Mediterranea soffre per la plastica e rifiuti inquinanti che vengono riversati nelle sue acque e non è serena neanche per il riscaldamento dei mari causato dai cambiamenti climatici. In un’altra lettera scrive: “Mi sento strana. Ho la fronte che scotta, il vestito mi si incolla addosso e sono colma di sogni irrequieti”. 

In un’altra ancora lamenta di essere stanca per via dell’estate e del traffico di uomini che lei chiama “creature”. 

“Le creature mi attraversano di continuo nei loro baccelli, troppe in un baccello solo. Le ascolto affondare a banchi” scrive e poi aggiunge: “Quando un baccello delle creature si spacca, ci rifletto. Le creature muoiono con una facilità sorprendente”. Qui il riferimento è alla migrazione e alla sofferenza degli uomini che affidano al mare le ultime speranze.  

“Quanto alle creature: sento il tuo dolore” risponde Atlantica alla giovane Mediterranea sconsolata che non riesce a non struggersi per il destino degli uomini, ma il suo è uno sguardo diverso sul mondo. È più distaccato, è disincantato. Lo dice chiaramente: “È da molto tempo che provo una profonda indifferenza per la vita sulla terra”. 

In comune i due mari, però, hanno un grande senso di nostalgia per le altre sorelle dalle quali sono state separate nel momento in cui la terra eruppe nel pianeta, quando era ancora “un’unica, felice distesa d’acqua”. E, insieme, Atlantica e Mediterranea hanno un piano: tornare a essere quell’immensa e pacifica distesa d’acqua. 

“Cara sorella, tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo” scrive Atlantica. Ma Mediterranea è invasa da dubbi. Trova questa idea “desolata”. In fondo è affezionata alla Terra e alle “creature”. Addirittura ripensa a Icaro, il fanciullo che osò volare fino al sole e cadde in mare e che lei accolse e che ancora considera come un figlio. 

“Il ricordo di Icaro mi rende molto triste e confusa” scrive e fa sentire anche noi lettori spettatori dell’annegamento di Icaro e, al contempo, tutti coinvolti sull’avvenire della Terra, così come inondati da un’improvvisa consapevolezza dell’importanza degli oceani e soprattutto del nostro essere parte della natura. Ranva Hjelm Jacobsen sembra dirci che non abbiamo più scelta. Siamo messi alle strette. Ognuno di noi è obbligato a inventarsi un modo per relazionarsi con l’ambiente che ci circonda e a rispettarlo come dovrebbe essere per ogni rapporto d’amore. 

Il Mattino - 7 agosto 2021


sabato 14 marzo 2020

Rotta per la Galite, l'altra Ponza

La storia della migrazione ponzese alla Galite è una poesia arcaica. E’ una poesia di avventura, di scoperta, di coraggio, di felicità selvaggia. E’ una storia di fame ma anche di abbondanza, di libertà ma anche di isolamento, di spostamento ma soprattutto di stanziamento. 
Mi sono imbattuta in questa singolare vicenda seguendo le fila della migrazione italiana in Tunisia, una migrazione lunga più di un secolo che ha attraversato molte fasi e che rappresenta un affascinante esempio di transculturalità mediterranea.  
La storia della Galite - che racconto nel ciclo per TreSoldi in onda su RaiRadio3 dal 17 al 20 marzo 2020 alle 19.50 Rotta per la Galite, l’altra Ponza (Podcast) – fa parte, dunque, di una pagina di storia più ampia, quella ‘circolare’ del Mediterraneo che racchiude gli eterni rituali della partenza che non sono mai stati in un’unica direzione, ma sempre in entrambe, avanti e indietro tra la riva sud e la riva nord. 




La Galite è l’isola principale dell’omonimo arcipelago tunisino che si trova a 64 km a nord di Tabarka, nel cuore del Mediterraneo. Dopo essere stata disabitata per secoli e approdo di fortuna per corsari, pirati e navi mercantili, dal 1872 fu abitata per quasi un secolo da una comunità di pescatori italiani provenienti dall’isola di Ponza. 
Il primo ponzese a mettere piede alla Galite è stato Antonio d’Arco che aveva scoperto l’isola nel 1843 durante un naufragio. Decise di tornarci con la famiglia in seguito all’accusa di omicidio e tanti lo seguirono attratti dai fondali pescosi. 
Nel 1903 erano presenti sull’isola 103 persone e nel 1936 ben 250, una comunità che serviva anche da assistenza ai pescatori stagionali che da Ponza partivano per la pesca delle aragoste.
Alla Galite i ponzesi trovarono un paradiso in terra, un’America nel Mediterraneo. Un mare ricco e la libertà di auto-gestirsi su una terra che dal 1881 era sotto il protettorato francese. 
La permanenza dei ponzesi sull’isola si concluse proprio con la conquista dell’indipendenza da parte dei tunisini nel 1956. Alcuni negli anni 60 sono tornati a Ponza, mentre moli altri, avendo la nazionalità francese, hanno scelto di trasferirsi in Costa Azzurra e oggi nel villaggio costiero Lavandou vivono ancora molti discendenti dei ponzo-galitani
Per tutti la Galite rimane nella memoria come una terra speculare a Ponza, una terra sorella, a tratti gemella: l’altra Ponza. 


Dal 1980 l’arcipelago della Galite è considerato una riserva naturale e dal 2006 è gestito dall’Apal, l’Agenzia di protezione e sviluppo costiero tunisino, che lavora per la tutela degli ambienti marini e terrestri dell’arcipelago e per il miglioramento del suo patrimonio paesaggistico e culturale. L’Apal gestisce anche le visite sull’isola, comprese quelle degli italiani che desiderano andare al cimitero e visitare i luoghi vissuti dai loro antenati. 
E’ ancora molto forte nei discendenti dei vecchi abitanti della Galite il desiderio di mantenere un legame con l’isola e tenere viva la memoria di questa bella storia di migrazione italiana in Tunisia attraverso i ricordi familiari perché “sopra le isole – scrive il poeta Antonio De Luca - l’uomo scava la devozione e il verbo, sopra le isole l’uomo attende e racconta”. 

#1| Destini mediterranei - Ultime tracce della storia della migrazione ponzese alla Galite - I racconti del libraio Silverio Mazzella, di Assunta Scarpati, nipote di Concetta, considerata la ‘sacerdotessa’ della comunità, e dell’aragostaio Giovanni Conte.

#2| Una storia arcaica - La leggenda di Antonio D’Arco, primo ponzese a mettere piede sulla Galite - I ricordi di famiglia di Assunta Scarpati

#3| La Galite ieri: un’America nel Mediterraneo per i fondali pescosi e l’abbondanza di aragoste - I ricordi giovanili di Giovanni Conte

#4| La Galite oggi: riserva naturale e area marina e costiera protetta – Lo sguardo del poeta ponzese Antonio De Luca e le visite organizzate sull’isola dell’Apal, l’Agenzia di protezione e sviluppo costiero tunisino.  


Il mare e la sponda, le isole del mare e i porti sulla sponda, le immagini che ci offrono gli uni e gli altri cambiano nel corso dei peripli e duranti gli approdi. Il Mediterraneo rimane lo stesso, noi invece no”.  
Pedrag Matvejević 

mercoledì 7 giugno 2017

Quando mi penso mediterranea mi sento un ponte

A un certo punto ho cominciato a visualizzare ponti. In fila al supermercato, dal dentista, mentre stendevo i panni, ma soprattutto durante le lezioni di yoga. E non solo quando l’insegnante proponeva la setubandhasana, la posizione del ponte appunto. A un certo punto i ponti si sono insinuati ovunque, dentro e fuori di me, e così come mi succede ogni volta che incappo in un’ossessione, l’unico modo per liberarmene è andarci a fondo. Per questo ho cominciato a cercare storie che rendessero concreta questa immagine e che confermassero uno dei pensieri che subito si associava alle visualizzazioni: il mar Mediterraneo è sempre stato un Ponte.
Prima di essere definito un “mare chiuso”, una “frontiera” e un “cimitero”, il Mediterraneo è stato un solido Ponte che anche milioni di italiani hanno attraversato andando a sud per costruire una vita diversa. E’ giusto ricordarlo, così come è giusto ricordare la lunga e appassionante pagina di storia dell’imponente e variegata collettività italiana che da inizio ‘800 si è stanziata in Tunisia e vi è rimasta fino all’indipendenza dai francesi del 1956 contribuendo a rendere il paese nordafricano un interessante mosaico di culture.
Dalla consapevolezza che gli scambi secolari tra Italia e Tunisia hanno giovato e giovano a entrambi i paesi e dal bisogno di esprimere la mia stessa identità mediterranea conseguita negli anni - perché come ha scritto Predrag Matvejevic: “La mediterraneità non si eredita, ma si consegue. È una decisione, non un vantaggio” -, è nato il ciclo di ‘Passioni’ Il Ponte. La storia degli italiani di Tunisia, in onda sabato 10 e domenica 11 e sabato 17 e domenica 18 giugno 2017 alle ore 14.30 su RadioRai3 (PODCAST).

In queste quattro puntate sono contenute tante voci, tante melodie e tanti fatti compresi in un’unica storia, quella ‘circolare’ del Mediterraneo che racchiude gli eterni rituali della partenza che non sono mai stati in un’unica direzione, ma sempre in entrambe, avanti e indietro tra la riva sud e la riva nord. E poi ci sono anch’io perché quando mi penso mediterranea mi sento un Ponte.



- Ospite della prima puntata è Leila El Houssi, storica del Nord Africa e del Medioriente all’Università di Padova, autrice de “L’urlo del regime” dedicato agli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre, nata in Italia da una coppia mista, mamma italiana e papà tunisino, il noto poeta Majid el Houssi.
- Nella seconda puntata attraverso la voce di Sonia Gallico e Lucia Valenzi, figlie dei due più noti antifascisti nati in Tunisia in famiglie italiane, conosciamo le storie dei loro padri: Loris Gallico e Maurizio Valenzi, entrambi di origine ebraica, due figure-Ponte che hanno operato per tutta la vita tra le due sponde del Mediterraneo, non solo lottando contro la repressione nazifascista, ma anche contribuendo alla nascita del movimento comunista in Tunisia. Valenzi è stato anche un artista, un parlamentare e dal 1975 al 1983 sindaco di Napoli.
- Con il giornalista Ezio Zefferi nella terza puntata conosciamo Habib Burghiba, il primo presidente della Tunisia. Il giovane Zefferi lo incontra tre volte, una per caso a Roma, a Piazza Esedra, nel ‘43 e le altre due in Tunisia per intervistarlo, una da leader del partito Neo Destur, neo eletto presidente del governo nel 1956 – ascolteremo questa intervista che Burghiba gli rilasciò in italiano per RadioRai -, e una da presidente della Repubblica nel 1957, mettendo a frutto la conoscenza del paese nativo dove ha vissuto fino all’adolescenza.
- Nella quarta puntata con la scrittrice Marinette Pendola scopriamo la storia dei siciliani di Tunisia. Nata a Tunisi in una famiglia proveniente da Sciacca (Agrigento) stanziata nelle campagne tunisine dal 1900, si è trasferita in Italia nel 1962, a 13 anni, insieme a tante altre famiglie costrette a lasciare la terra nordafricana all’indomani dell’indipendenza del 1956 dal protettorato francese durato 75 anni. I libri di Marinette Pendola sono gli unici a raccontare questa pagina di storia del Mediterraneo in italiano, anziché nel francese imposto dai colonizzatori.

venerdì 31 marzo 2017

Filastrocca per le sorelle d’Occidente

Quando Stefano Saletti mi ha parlato dell’idea del concerto “Il Mediterraneo è donna” - in programma all’Auditorium di Roma il 5 aprile -, dicendomi che gli sarebbe piaciuto intervallare i brani delle cantanti più rappresentative dell’area mediterranea, da Umm Kulthum a Fairuz (foto), da Amalia Rodrigues a Sezen Aksu, fino a Rosa Balistreri, con il repertorio della Banda Ikona, ma anche con letture e testimonianze di donne, mi è venuta voglia di posizionarmi sulla riva Sud del Mediterraneo e di guardare verso Nord. Mi sono tornate in mente le frasi di tante donne incontrare negli anni e ne è uscita fuori una filastrocca che oltre ad avere l’intenzione di frantumare stereotipi ormai stantii, è per me un invito per tutti al “gioco” di mettersi nei panni dell’Altro.  

Filastrocca per le sorelle d’Occidente 

Come ti immaginavi che fossi?
Ho due mani, due braccia, un cervello e sogni da realizzare
Lascio i capelli al vento e guardo il mare
Sono come te
Porto la minigonna, il bikini e mi piace saltare
Desidero far carriera e viaggiare

Come ti immaginavi che fossi?
Sono una donna come te
Anche se nel deserto ho formato i miei occhi
cresciuta in una famiglia con i paraocchi
lo studio l’ho dovuto conquistare 
e per farmi ascoltare la Voce me l’han fatta alzare

Non sono una statua di sale 
né una sirena dal canto nasale
i miei affetti non sono soffocati
né i desideri spenti o annientati

Sono proprio come te
Mia sorella occidentale
Con pregi e difetti, successi e disfatte
Paure e facce esterrefatte

Non sono una bambola senza bocca
né una sposa murata e bacucca
Il mio ventre balla alle feste 
e gioisce se cambiano le teste

Tu che sei nata a Occidente
pensi di essere differente
solo perché ostenti la libertà 
ma non sempre ti avvicini alla verità

Ho due gambe, due piedi, un cuore e tante passioni
e se qualcuno m’intralcia ho forti reazioni
Sono come te
Come ti immaginavi che fossi
mia sorella d’Occidente
costretta come me a slegare le catene d’Oriente?


sabato 4 marzo 2017

Palmira, costruita per unire e distrutta per dividere

L’esercito siriano riconquista l’antica città di Zenobia
  
Palmira è uno dei luoghi più belli che mi è capitato di visitare nei miei viaggi perché non te l'aspetti. Ti appare davanti agli occhi all’improvviso dopo chilometri di deserto. Come un miraggio. Come un luogo incantato che sembra disegnato apposta per stupire. E di fatti è un miraggio che nasce dal passato e porta con se anche il fascino del mondo dell’antichità greco-romana e il suo ruolo di ponte tra il Mediterraneo e l’Oriente. Contiene le tracce della storia pre-islamica della Siria, quindi parte dell’identità del paese. 
Seguo sempre emotivamente le sue sorti e ora che l’esercito siriano l’ha riconquistata scacciando le truppe dell’Isis con l'appoggio dell'aviazione russa, provo a fare una ricostruzione della sua recente storia con nelle orecchie le parole del poeta 'surrealista' romeno Gellu Naum che nel romanzo Zenobia scrive: "...perché ci sono cose di cui si deve tacere, [...], gli altri capiscono per quanto possono capire; ognuno dice meno di quanto capisce e capisce più di quanto gli si dice, ma ciò che capisce non glielo si dice perché non capisce ciò che gli si dice...".


Palmira dall’alto è un pugno allo stomaco. L’abbiamo vista qualche settimana fa nelle immagini girate da un drone dell’esercito russo e diffuse dal Ministero della Difesa di Mosca sempre più distrutta, oltraggiata, sfigurata dalle azioni dei jihadisti dell’Isis che avevano riconquistato l’antica città della regina Zenobia lo scorso 11 dicembre, nove mesi dopo la ripresa del controllo da parte delle truppe governative siriane con il sostegno dei jet russi, seguita dalla riconquista del 3 marzo scorso.
Il video, che risale al 5 febbraio, ci mostra quanto già annunciato a gennaio da Maamun Abdulkarim, direttore del Dipartimento per le antichità archeologiche della Siria, ossia la distruzione del Tetrapilo a sedici colonne risalente al terzo secolo dopo Cristo e del proscenio del Teatro romano per mezzo di cariche esplosive.
Questo nuovo scempio dei jihadisti appare chiaro. Le esplosioni hanno lasciato buchi evidenti e ammassi di macerie. Un ulteriore sfregio alla storia e alla bellezza dell’antica città siriana dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ormai quasi disabitata, che l’Isis ha tenuto in ostaggio per la sua posizione strategica e per poterla saccheggiare.

Contrabbando di opere d’arte
Le architetture palmirene sono state per l’Isis un business. Rimanere a Palmira ha permesso ai jihadisti di trafficare sul mercato dei beni archeologici ciò che resta dalla distruzione dei monumenti riuscendo a ottenere entrate inferiori solo al traffico di petrolio e contribuire al finanziamento della loro “guerra santa”. E’ già successo con oggetti trafugati dalle necropoli. Busti, capitelli e vasi romani provenienti da Palmira dal valore di miliardi di euro, tra cui la statua del “Giovane patrizio” ritrovata in Italia, sono comparsi sul mercato nero. I maggiori clienti dell’Isis sarebbero case d’asta e musei tedeschi, inglesi, svizzeri, americani e di Hong Kong.

Monumenti saltati in aria
Il Tetrapilo e il proscenio del Teatro romano devastati si uniscono all’elenco delle preziose rovine già saltate in aria durante la prima occupazione dell’area: l’Arco trionfale, la statua del Leone di Al-Lat, il tempio di Baal, costruito nel 32 d.C., e quello Baalshamin, risalente a un secolo più tardi. L'Unesco ha più volte dichiarato che la distruzione del sito siriano è “una perdita enorme per l’umanità”. Ogni monumento distrutto è, infatti, una scomparsa irreversibile e globale e rende vano il grande lavoro, ancora non portato a termine, fatto negli anni dagli archeologi per riportare alla luce dagli scavi pezzi del passato glorioso del sito del deserto siriano.

Conquistata dall’Isis nel 2015
Palmira, situata a 240 km a nord-est di Damasco e nota nel mondo arabo come la “perla del deserto”, si trova nella provincia di Homs, nella Siria centrale, ed era stata conquista dall’Isis nel maggio 2015, a quattro anni dall’inizio della crisi siriana in cui sono morte oltre 400mila persone, secondo i più recenti dati comunicati dall’inviato Onu delle Nazioni Unite Staffan de Mistura, e in cui sono state commesse violazioni di diritti di ogni genere. Durante i dieci mesi di occupazione, fino a marzo 2016, il sito che in passato è sempre apparso ai viaggiatori come un miraggio per la sua magnificenza, è stato scenario di brutture di ogni tipo. Gli abitanti della città moderna, circa 70mila persone, sono stati costretti a fuggire per il rischio di essere uccisi o decapitati in atroci esecuzioni pubbliche.

L’esecuzione di Khaled Asaad
La morte che più ha scosso anche l’Occidente è stata quella del “custode della città”, l’archeologo 82enne Khaled Asaad, ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei di Palmira, lasciato appeso a un’antica colonna nella piazza principale il 18 agosto 2015 “perché promuoveva l’adorazione alle statue”, offendendo Allah, l’unico Dio, e dunque era un “infedele”.
Khaled Asaad è stato nominato direttore del sito archeologico e del museo di Palmira nel 1963, è rimasto in carica fino al 2001 e ha continuato a lavorare anche durante il pensionamento come esperto nel Dipartimento dei musei e delle antichità, oltre che nelle collaborazioni con studiosi stranieri. Prima che i terroristi dell’Isis si impadronissero di Palmira, Khaled Asaad aveva collaborato per evacuare numerosi reperti custoditi nel Museo locale senza pensare mai di lasciare la città.
Palmira, il cui nome in arabo è Tadmur, che deriva da quello aramaico Tadmor che significava “palma”, oggi una città fantasma, continua a essere una mira dell’Isis non solo per la sua posizione strategica, ma anche per il valore simbolico e l’effetto choc che acquistano le distruzioni dei monumenti sui mass media.

Costruita per unire e distrutta per dividere
“Palmira è stata città costruita per unire e ora viene distrutta per dividere” ha ben sintetizzato il destino della città, Manar Hammad, archeologo, semiologo e architetto libanese, proveniente da una famiglia originaria di Aleppo, considerato tra i massimi esperti del sito siriano.
“Palmira – ha aggiunto lo studioso, autore del libro Bel/Palymra Hommage, in Italia edito da Guaraldi - era stata creata come collegamento fra il Mediterraneo e il Golfo Arabico. La sua ricchezza erano gli scambi, il mescolarsi delle culture, come testimoniato dai suoi resti”.
Sin dall’antichità, l’antica città, infatti, ha avuto un ruolo cruciale economico e sociale nell’area per la collocazione geografica. E’ stata uno dei più importanti centri culturali del mondo antico. È molto conosciuta, soprattutto tra gli studiosi di storia antica, per essere stata la capitale del Regno di Palmira sotto il governo della regina Zenobia, donna bella, spregiudicata, coraggiosa e colta che conquistò l'Egitto e osò sfidare Roma, un vero simbolo della città.
Sotto il suo regno, cominciato nel 267, Palmira divenne un luogo di tolleranza, di cultura e di fiorenti commerci. Sorgeva su un’oasi che per un lungo periodo fu punto d'incontro di viaggiatori d'Oriente e d'Occidente, ma fu soprattutto un importante centro carovaniero e uno snodo commerciale. Dopo la conquista araba, avvenuta nel 634, però, Palmira perse il suo splendore e andò pian piano in rovina. Lo studio scientifico dei suoi resti e gli scavi archeologici cominciarono solo alla fine del XIX secolo.

Busti funerari restaurati in Italia e rispediti a Damasco 
Nell’attuale clima di terrore e distruzione in Siria e di “lutto culturale” a Palmira, si regista però una buona notizia in tema di arte ferita che arriva proprio dall’Italia: il restauro di due busti funerari in calcare alabastrino del II e III secolo d.C. originari della Valle delle Tombe alle porte della città antica che erano custoditi nel Museo locale e sono stati fratturati a colpi di piccone dagli uomini dell’Isis. Le due sculture raffiguranti un uomo e una donna sono state salvate dai funzionari del Museo archeologico che, nella primavera del 2016, sono riusciti a trasferire molti reperti da Palmira nei caveaux della Banca centrale siriana di Damasco insieme ad altri reperti che nel 2015 non avevano potuto salvare, tra cui grandi statue e sarcofagi, perché incastonati nelle pareti.
I due busti sono arrivati in Italia lo scorso 7 febbraio grazie all'accordo tra l'Associazione Incontro di Civiltà e la Direzione delle antichità di Damasco per essere prima esposti al Colosseo a Roma nella mostra “Rinascere dalle distruzioni, Ebla, Nimrub, Palmira” e poi per essere curati nei laboratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro del Ministero dei Beni Culturali. Il lavoro, guidato da Gisella Capponi, si è svolto anche con l’uso di tecnologie all'avanguardia e porta con se il valore simbolico della ricostruzione e della rivalsa sul male.
La parti mancanti del volto maschile, che era stato colpito a martellate, sono state ricostruite grazie a una sofisticata stampa in 3D con sinterizzazione di polveri di nylon: sorta di protesi usata per ricomporre i lineamenti, rimanendo però rimovibile.

La notizia di questo glorioso restauro e del ritorno delle sculture a Damasco lo scorso 27 febbraio ha fatto il giro del mondo restituendo un pizzico di speranza di assistere alla fine della crisi siriana e di vedere rinascere presto il Paese dalle sue ceneri.

lunedì 6 febbraio 2017

Mediterraneo: la frontiera più alta e pericolosa di qualsiasi muro nel libro di Alessandro Leogrande

Ogni Viaggio è a sé. Ogni ferita è a sé. Ogni salvezza è a sé. Così come ogni incontro è una 'frontiera' da attraversare

Molte ricerche negli ultimi anni hanno assodato che il tema della migrazione è vittima spesso di una narrazione superficiale, di applicazioni improprie di senso e dell’abuso di stereotipi, semplificazioni e generalizzazioni che producono rappresentazioni fuorvianti e falsate e, di conseguenza, formano un’opinione pubblica distorta e giudicante.
Alessandro Leogrande ne La frontiera (Feltrinelli, pag. 316) prova a dare un quadro complessivo del fenomeno migratorio verso l’Italia sfuggendo a luoghi comuni e approssimazioni e offrendo al lettore una decostruzione dell’immaginario dei migranti come insieme omogeneo, puntando sull’individualità. 
Sin dalle prime pagine sfida l’oblio di tante vite sommerse e, narrando in prima persona, porta chi legge nel cuore degli incontri, sempre diversi, vissuti tra il migrante che racconta la sua storia e l’autore che la ascolta, la rielabora e si interroga su come non reiterare il dolore delle tragedie e far emergere l’unicità di ogni ferita. 
Di fronte alla violenza subita dai migranti durante gli esodi e alle innumerevoli stragi avvenute nel Mediterraneo, infatti, Leogrande si chiede: “fino a che punto è lecito scavare, porre e porsi domande, interrogare i superstiti?” E quando si reca a Lampedusa, a un anno dal grande naufragio del 3 ottobre 2013, in cui morirono 366 persone (360 eritrei, 6 etiopi) di fronte l’Isola del Conigli, si domanda: “dove si colloca il confine tra il ricordo e la sua pietrificazione, o peggio: la sua monumentalizzazione?”. Inoltre si preoccupa di come evitare la spettacolarizzazione e cosa raccontare per sottrarsi a tale rischio?
Evitando classificazioni standardizzate, ma valorizzando la chiave della soggettività, dunque, Leogrande ricostruisce una pagina di Storia dell’Italia che si incontra con le Storie di tanti paesi, dalla Siria all’Eritrea, dalla Libia all’Egitto. Sceglie di mettere in ordine le vicende legate agli arrivi di migliaia di persone sulle nostre coste e nelle nostre città e restituire il vissuto dei protagonisti di questi Viaggi sulla rotta di terra “dei Balcani” ma soprattutto nel Mediterraneo. 
Nave per nave, gommone per gommone, naufragio per naufragio. 
Si, perché ogni Viaggio è a sé. Ogni ferita è a sé. Ogni salvezza è a sé. Così come, forse, per l’autore ogni incontro è una diversa frontiera da attraversare.


Leogrande si fa viaggiatore e oltrepassa numerose “frontiere” per ricostruire gli stermini silenziosi della nostra epoca. È proprio dal silenzio che avvolge questa “mattanza continua” che parte la sua voglia di narrare queste biografie, nella loro inafferrabilità, e la sua volontà di farlo con una scrittura ibrida che è la letteratura non-fiction, una letteratura anch’essa di frontiera. Cronaca, ma anche ragionamento, umanità, empatia. Sullo stile di Ryzsard Kapuscinki o di Svjatlana Aleksievič. E così porta la riflessione “su come la Storia devasti le storie, ma anche su come le storie rappresentino uno spaccato, soggettivo e individuale, della Storia”.
Il lettore, dunque, segue l’autore nei suoi incontri e prova la stessa impotenza di fronte a tante morti innocenti e ad “atti di ignavia o omissione di soccorso” in cui non basta più provare pietà ma andrebbero accertate le responsabilità delle rispettive Marine nazionali, così come quelle della politica. Troppi naufragi rimangono privi di accertamento, così come tante mattanze continuano in innumerevoli forme, anche lontano dal Mediterraneo, mentre “le politiche europee e italiane restano una somma ipocrita di contraddizioni, governata dalla retorica dell’arbitraria divisione tra migranti economici e rifugiati, e dagli accordi presi nel Processo di Khartoum con i paesi di provenienza e di transito al fine di contenere l’esodo, anche tramite la sottoscrizione di accordi con governi dittatoriali”.
Molto spazio nel libro è, infatti, dedicato all’Eritrea, ex colonia italiana oggi vittima della dittatura di Isaias Afewerki. Leggendo la parte dedicata alla massiccia migrazione eritrea, non solo si scopre la lacerazione di una generazione costretta al servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato, imposto da una dittatura – da cui si fugge - nata da una guerra di liberazione in una terra che, come la Somalia, è stata abbandonata dai coloni italiani senza Stato, ma si entra anche nella dinamica del Viaggio che non solo è lungo, ma anche lento. Si percorrono insieme ai testimoni e ai superstiti le tappe intermedie e la fatica di raccogliere soldi per poter continuare a viaggiare, tappa dopo tappa, spesso anno dopo anno. 
I racconti peggiori del Viaggio riguardano la Libia, tappa necessaria per chi sceglie di attraversare la frontiera liquida del Mediterraneo, ma anche il Sinai, in Egitto, diventato luogo di rapimenti e vendita di organi. Leggendo le testimonianze di alcuni ci si imbatte nelle violenze subite nelle carceri o durante il percorso dagli stessi trafficanti incapaci spesso di gestire il proprio “carico”, così come si scopre il complesso mondo degli scafisti, spesso anche minori. 
Chi decide di partire non può tornate indietro. Mai. Lo dice anche una delle 28 leggi del Viaggio riportate a pag. 95, messe insieme da due etiopi rifugiati a Roma, Sinti e Dag, e ora condivise da molti.  
A essere condiviso da tanti migranti è anche il numero di telefono di Don Mussie Zerai, missionario eritreo diventato punto di riferimento per chi parte dal Corno d’Africa, che si trova scritto sui muri delle prigioni libiche. Così come quello di Alganesh Fessaha, italo-eritrea che si batte per liberare ostaggi dal Sinai, spesso scritto sulle pareti dei camion. 
Uno dei testimoni principali che attraversa tutto il libro è il curdo iracheno Shorsh, fuggito nel 1997 dal regime di Saddam Hussein, poi tornato in Iraq e in seguito di nuovo venuto in Italia, a Bolzano, un’altra frontiera, dove i suoi figli oggi studiano il tedesco. Importante è anche l’incontro con Gabriel Tzeggai, nato e cresciuto in una famiglia dell’élite intellettuale di Asmara e formatosi leggendo gli stessi libri letti sull’altra sponda del Mediterraneo, che fugge dalla dittatura senza lasciare un archivio di giornali eritrei in lingua italiana dei tempi del colonialismo pubblicati in Eritrea che oggi vorrebbe mettere a disposizione di tutti creando un’emeroteca a Roma. 
Nella parte finale del libro lo sguardo si apre su altri luoghi centrali nel racconto della migrazione odierna, come l’accampamento di Patrasso, in Grecia, preso continuamente di mira da Alba Dorata, dove centinaia di migranti restano mesi in attesa di imbarcarsi per l’Italia, tutti con una busta di plastica con dentro le scarpe buone e i vestiti asciutti da indossare all’arrivo in Europa. Oppure Tor Pignattara, quartiere di Roma trasformatosi proprio in seguito all’arrivo di diverse comunità in città, in cui vivono tanti migranti che portano ancora negli occhi il ricordo di corpi di amici e parenti lasciati senza vita nel percorso, inzuppati di acqua, sale e gasolio. 
“I flussi cambiano sotto i nostri occhi molto rapidamente – scrive Leogrande -. Cambiano i posti di frontiera, cambiano le rotte. Cambiano le cause che li determinano. Ogni nuovo conflitto che deflagra e ogni dittatura che implode genera una nuova ondata”. 
La storia della migrazione, infatti, continua. Ci siamo dentro.