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domenica 15 aprile 2018

Claudia Cardinale: "La mia vita in lotta, armata da un sorriso"

Il sorriso di Claudia Cardinale è uno dei più noti al mondo. Per lei ha rappresentato un’arma di seduzione, ma anche di difesa. E’ stata la mamma Yolanda a insegnarle a usare il sorriso per affrontare le vicissitudini della vita a testa alta e con allegria.
“Anche con il passar degli anni, mamma mi guardava e mi diceva: ‘Se ridi, non si vedono le rughe’” racconta Claudia che, dopo una lunga carriera fatta di oltre 170 film, non ha mai smesso di seguire il consiglio della madre e oggi sorride per festeggiare i suoi 80 anni a Napoli, la città del suo unico amore, il regista Pasquale Squitieri (scomparso il18 febbraio 2017), dove ha portato in scena, insieme a Ottavia Fusco, la versione femminile de “La strana coppia” di Neil Simon, e dove il 15 aprile ha abbracciato gli amici invitati nella sala degli specchi del Teatro San Carlo.



Claudia, cosa le è piaciuto di Pasquale Squitieri?
Che era una persona colta, intelligente e coraggiosa. Ci siamo incontrati sul set de I guappi nel 1974 e poi abbiamo fatto insieme 11 film. Mi ha strappata dallo Star System nel quale vivevo. Mi ha dato una vita normale. Quando è nata la nostra Claudia lui le leggeva della storie difficili e poi veniva da me e mi diceva: “Questa piccola è più colta di me”.
Tanti uomini le hanno fatto la corte sui set. Anche Mastroianni era pazzo di lei.
Non sono mai caduta. Mi sono protetta dal mescolare tutto e poi, all’epoca, ero la Donna di Cristaldi…Gli altri erano tutti colleghi e amici per me. Con Belmondo mi sono divertita tanto. Facevamo scherzi. Lui mi diceva: “Seduci il direttore dell’albergo. Sorridigli e io butto i mobili per strada”. Con Alain Delon siamo diventati una coppia mitica. Luchino Visconti, sul set, insisteva: “Quando lo baci fallo con la lingua”. 
Quanto l’ha condizionata nel rapporto con gli uomini la violenza subita a 16 anni a Tunisi, da cui è nato il suo primo figlio Patrick?
Non mi sono sposata per quello. E’ uno choc che ti rimane nella mente.
Cosa pensa del movimento #Metoo?
Spero che dia il coraggio alle donne di denunciare subito. Che tolga il velo del tabù. 
Che ricordi ha della sua infanzia a Tunisi, città in cui è nata in una famiglia di origini siciliane?
Una meraviglia. C’era un ambiente multiculturale. I nostri vicini erano russi, francesi, maltesi, greci e festeggiavamo le feste ebree, musulmane, ortodosse. Non c’era guerra tra religioni. A casa parlavano solo francese.
Infatti quando è arrivata in Italia non parlava italiano…
Sì. Quando ho fatto un provino al centro sperimentale, me ne stavo zitta in angolo e per questo fui notata tant’è che qualcuno disse, questa è un’araba. Mi arrabbiai e me ne andai sbattendo la porta. Fui promossa lo stesso, per il temperamento. In quello stesso anno, era il 1957, anche la mia famiglia lasciò Tunisi, un po’ per seguirmi, un po’ perché con l'indipendenza della Tunisia un po’ di cose erano cambiate. Era un momento di recupero della loro identità. Erano giovane e ancora non so bene come andarono le cose.
Poi ha abitato tra Roma e Parigi.
Sì, a Roma mi sentivo a casa. Vivevo in campagna e quando mia figlia Claudia ha avuto 10 anni ho sentito insieme a Pasquale che era il momento di uscire dall'isolamento della villa e di allontanarla dalla continua presenza dei paparazzi, così mi sono spostata a Parigi.
Come sta vivendo questi anni di terrorismo in Francia?
Male perché c'è grande confusione dovuta alla paura. Si mescolano le cose. Nasce un'intolleranza senza senso anche verso persone che malgrado la loro origine musulmana sono difensori della libertà.
In America non c’ha mai voluto vivere?
Ho avuto una parentesi americana ma non mi sentivo a casa. La mia carriera, i miei registi erano in Italia.
C’è andata però per conquistare Squitieri…
Sì, sono io che l’ho scelto. E’ stato l’unico uomo della mia vita. E lo raggiunsi proprio a New York per stare con lui. Arrivai all’aeroporto e lo chiamai. Fu sorpreso. Aveva tante donne all’epoca.
Qual è un altro suo rifugio?
La casa in Normandia.



Grazie ai film ha girato tanto. Il posto più bello?
L’Australia. Sono stata con Alberto Sordi sull’isola delle farfalle per girare Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata. Non riuscivamo a vederci, c’erano troppe farfalle. Indimenticabile. Anche se è difficile scegliere tra tante avventure...
Il ruolo più bello?
La carriera di attrici è bella proprio perché hai tanti ruoli! Ognuno di loro mi ha portato qualcosa. Certo quello ne Il Gattopardo e in Otto e mezzo, film girati contemporaneamente, sono stati fondamentali nel mio percorso. Era pazzesco. Visconti mi voleva mora e Fellini mi voleva bionda. Fare l’attrice permette di vivere tante vite. Sono i registi con cui ho lavorato che mi hanno creata. Sono stata fortunata. Se non mi piacevano i copioni che leggevo, non incontravo il regista. Oggi prediligo le opere prime. 
Perché voleva fare l’esploratrice e non l’attrice?
Volevo vedere il mondo e alla fine l’ho visto attraverso il cinema, dall’Africa alla Russa. Andare in Amazonia per Fitzcarraldo di Werner Herzog è stato un privilegio. La più bella avventura della mia vita, per la natura. Non ho mai voluto controfigure, né mi sono mai piaciuti i bodyguard. Non ho mai avuto paura di nulla. Mi piace il pericolo. Penso che molti bambini sognino di essere esploratori perché questo esprime il desiderio di conoscenza della vita e del mondo. 
Come sono stati i suoi genitori Yolanda e Francesco?
Straordinari. Con mia madre ho avuto un rapporto stupendo. All’inizio di carriera mi accompagnava sempre. Ricordo un giorno in America disse a Robert De Niro: “Mi ricordi qualcuno”… pensando a mio fratello Adriano!  
Ha avuto rivali? Qual è stato il suo rapporto con Brigitte Bardot?
CC contro BB. Il primo film visto a Tunisia era con Brigitte. Era il mio modello di bellezza. L’ho adorata. Quando abbiamo girato insieme Le pistolere, la stampa cercava di metterci in concorrenza, ma noi ci siamo subito amate e divertite! Ho avuto la fortuna di non conoscere tensioni tra colleghe, almeno credo.
Che ricordi ha delle attrici con cui ha lavorato?
Rita Hayworth nel Il circo più grande del mondo mi disse: “Quando ero giovane anche io era bella”. Io interpretavo sua figlia. Le venne un attimo di nostalgia e si mise a piangere. I ricordi sarebbero troppi da raccontare.
Che incontri ha avuto con le altre star italiane della sua epoca? Penso a Sofia Loren, a Gina Lollobrigida.
Con Sofia e con Gina c'è una stima reciproca. Insieme abbiamo, ciascuna a modo suo, contribuito all'immagine dell'Italia nel mondo. 
Cosa ha provato nel tornare in Tunisia per l’apertura della cittadella della Cultura e della Cineteca Nazionale, lo scorso 22 marzo? 
Sono bent lebled, una figlia del paese. Sono sempre felice di andarci. Mi riporta ricordi felici. Ed era ora che questo paese avesse una Cineteca. E’ importante conservare la memoria e poterla restituire alle nuove generazioni.  

Il Messaggero - 15/04/2018


lunedì 8 gennaio 2018

Arte, film e musica, il risveglio di Tunisi

La torre con la punta sferica è visibile da diversi punti della città. Si distingue non solo per la forma tonda, ma anche per l’altezza ed è ormai una presenza costante per i tunisini se pur nascosta dietro l’alto portone e le mura che circondano l’area dove sta per nascere a Tunisi la Cittadella della cultura.
Sono anni che i tunisini aspettano di entrare e appropriarsi della struttura statale che sarà dedicata alle attività culturali della nazione voluta dall’ex presidente Ben Ali nel 2003 e poi passata nelle mani dei governi che si sono susseguiti in Tunisia dal giorno della liberazione del 14 gennaio 2011 dopo 23 anni di autoritarismo. Chiunque passi davanti all’ingresso su viale Mohamed V, lo stradone che porta alla piazza dell’orologio dove comincia la famosa viale Burghiba, cuore della città e delle manifestazioni che sette anni fa hanno avviato le cosiddette “primavere arabe”, vede la torre e scorcia la maestosità del complesso architettonico in costruzione e il pensiero va subito alle possibilità occupazionali che potrà offrire non solo agli artisti. Le speranze in questi anni però sono andate via via spegnendosi tanto che la maggior parte della popolazione non ha creduto più nella realizzazione del progetto fino a quando, il 20 ottobre scorso, il premier Youssef Chahed ha annunciato che la Cittadella della cultura sarà inaugurata il prossimo 20 marzo, data in cui la Tunisia festeggia l’indipendenza dal protettorato francese del 1956.
Il mondo artistico e culturale, dunque, si è nuovamente messo in moto per contribuire alla pianificazione degli eventi della struttura che ospiterà tutti i festival e le fiere della nazione e che punta a diventare un’attrazione turistica utile anche per incentivare il ritorno dei visitatori internazionali scoraggiati dal rischio di attacchi terroristici.


“E’ la prima volta che lo Stato investe nella cultura in Tunisia integrandola con il turismo e con l’economia” mi spiega il direttore della struttura Mohamed Hédi Jouini offrendomi la possibilità di vedere in anteprima le varie aree del complesso: tre sale cinematografiche, studi di produzione e per le prove, sale espositive, un immenso spazio per l'Opera, una Mediateca, una Cineteca e una Biblioteca digitale e le aree da dedicare ai negozi, ai caffè e ai ristoranti.
“Siamo fermamente convinti che la cultura possa aiutare la Tunisia a uscire dalla crisi economica che la attanaglia – sottolinea il direttore – Ci interessa offrire spazi culturali anche ai giovani e all’infanzia. Creeremo un’area in cui le famiglie potranno lasciare i bambini mentre assistono agli spettacoli”.
L’ascensore della torre con la punta a sfera è ancora in fase di collaudo. Manca la luce ma il direttore ci tiene a mostrarmi gli ultimi due piani, quelli panoramici, il 21esimo e il 22esimo, i cui spazi ospiteranno studi televisivi. Saliamo facendo luce con i cellulari e Jouini mi racconta che è in stretto rapporto con l’Istituto Italiano di cultura per organizzare gli eventi dedicati all’Opera e al balletto.
Il lavoro quotidiano negli uffici e nei cantieri aperti nell’area sembra riflettere la “battaglia” sociale che la Tunisia sta portando avanti per difendere il cammino democratico intrapreso all’indomani della cacciata di Ben Ali e per sconfiggere terrorismo e fanatismo anche attraverso azioni culturali e non solo poliziesche e militari. Anche il premier Gentiloni, nell’ultima visita a Tunisi, ha lodato l’approccio tunisino di risposta al terrore.  
Il progetto della Cittadella è ambizioso – l’area si estende su una superficie di 9,3 ettari, di cui 8,6 al coperto - e non ha precedenti nell’area maghrebina, ma in questi anni non sono mancate critiche e polemiche da parte di molti intellettuali locali per “la presenza del fantasma di Ben Ali nel progetto”.

Per Mohamed Challouf, direttore delle giornate cinematografiche di Ergla e consigliere artistico della Cineteca che sarà diretta dal regista Hichem Ben Hammar, “il progetto della Cittadella è un ottimo modello da seguire per altri paesi dell’area perché può portare dinamismo economico e culturale”. “L’unico neo – evidenzia Challouf - è che si trova in capitale. Il diritto alla cultura andrebbe offerto dappertutto. La decentralizzazione della cultura in Tunisia potrebbe aiutare le regioni”. Per regista Mourad Ben Cheikh, che sintetizza il pensiero di molti artisti, “c’è senza dubbio la necessità di una struttura più capiente per i grandi eventi in Tunisia perché gli spazi disponibili sono diventati piccoli rispetto allo sviluppo delle iniziative, ma la Cittadella sembra voler gestire solo una cultura ufficiale, di facciata, e non quella più underground”. “Sembra interessata – aggiunge il regista - a valorizzare più le specificità altrui come l’Opera italiana, piuttosto che quelle tunisine come il maluf”.

Il Messaggero - 8/1/2018